JACOPO DENTICI, PARTIGIANO. ANDY ROCCHELLI, FOTOREPORTER: A LORO HO DEDICATO LA TESI DI LAUREA

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In questi giorni di Memoria, oltre a Jacopo Dentici, diciottenne partigiano morto a Mauthausen, penso ad Andrea “Andy” Rocchelli, fotoreporter ucciso a 30 anni vicino a Sloviansk, nell’Ucraina orientale in guerra, il 24 maggio del 2014, insieme al giornalista e suo amico Andrej Mironov.

A Jacopo ed Andy ho dedicato la mia tesi di laurea in Scienze dell’Educazione all’università Milano-Bicocca, conseguita lo scorso dicembre con 110 e lode, perché i due ragazzi sono punti di riferimento per apprendere, per impegnarsi; perché educare significa anche ricordare, per agire.

“Dedico questo piccolo lavoro alla memoria di due grandi giovani
che tali sono rimasti
per avere combattuto cercando
libertà e verità.
Jacopo ed Andy attraversano la mia vita:
l’uno in ricordo, l’altro in amicizia.

E continuano a vivere”

Leggi la dedica completa della tesi: “Un progetto di Media Education per una pedagogia della partecipazione e della responsabilità“.

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MINIMO OMAGGIO A JAN PALACH

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Il 16 gennaio 1969 lo studente Jan Palach si cosparse di benzina e si diede fuoco in piazza San Venceslao a Praga, per protestare contro l’occupazione sovietica e chiedere idealmente la libertà di tutti i popoli: morì tre giorni dopo, il 19 gennaio.
Aveva 21 anni.

MINIMO OMAGGIO A JAN PALACH

Mi scintillano gli occhi di commozione
ascoltando la notizia della tua memoria:
per liberare popoli da un’Armata prigione
incendiasti il tuo corpo, il Novecento e la Storia

L’orizzonte era sangue di cortina di ferro
pompava ribelle nelle vene d’un ventenne
cinquant’anni dopo sulla rassegnazione non atterro
mentre volo alla ricerca d’un tuo ricordo perenne

Vorrei abbracciare la chitarra
cantare l’inno al tuo omaggio
suonarla a mo’ di scimitarra
contro il potere che ci lega in ostaggio

Avrà senso disturbare il sonno al vicino
se il mondo è più obeso di muri di Berlino?

E adesso che i fascisti ti sfruttano eroe
per gridare di nuovo bruceresti la tua cenere
remerebbero gli indigeni con le loro canoe
a svelare fumo e miti di multinazionali tenere
con i volti tatuati di ogni colore
e arcobaleni di neve inchinati in tuo onore

Jan Palach, al posto del tuo corpo bruciato
arde il sole stuprato dell’avvenire sognato
a Praga, sul porfido, sei un cristo immolato
una croce rimembra un fiato spirato

Su piattaforme virtuali di folle supine
manifestano oggi le piazze cretine

Ma dal cielo non piangere, non è stato invano
il tuo sacrificio ancora ci scalda sovrano.

Mercoledì 16 gennaio 2019

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FIANCULLESCA EPIFANIA NOTTURNA

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Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni, senza slanci, beh sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio. Una specie di cinghiale laureato in matematica pura“.
Fabrizio De André
(fonte: servizio del Tg3 del 10.1.2019, a 20 anni dalla scomparsa del cantautore. La fonte dell’opera d’arte qui sotto, invece, è una bambina che frequentava una scuola dell’infanzia dove ho lavorato: Aurora mi ha regalato il disegno, ed io in questo modo spero di farne buon uso rendendolo pubblico, oltre ad averlo appeso in casa nella mia personale galleria d’arte composta da diverse opere di bambini italiani e indiani).

                                      FANCIULLESCA EPIFANIA NOTTURNA

Quand’ero fiore di futuro
la sera della Befana
se non mi salvava un ponte
era il mio cuore un po’ disperato
sospirante malinconico afflato:
arrivederci libertà,
si torna in classe
chissà quando Pasqua arriverà.

Adesso con la barba
e di capelli un milionmiliardo in meno
d’andare a scuola aspetto:
domattina nella Punto col berretto
scalpitando a mo’ di treno
correrò in tangenziale
non sappia la municipale.

Eppure a pensarci
un poco anche tremo:
a volte i bambini fan spavento
con quella loro grandezza
di gioia irresistibile
che scoppietta dal ditone, sale
e schizza su ben oltre il mento.

Provo inoltre un tanto di vergogna
a già sapere che domani
rincaserò più saggio
con il dubbio pronto per la gogna:
dai bambini avrò imparato
ma io, qualcosa avrò trasmesso?
Meno male non sanno d’insegnare
ci sarebbe persino da pagare.

Mi capovolgo nei lenzuoli come un fesso
l’orologio avanza nella notte
e me li sento dire tra sei ore:
«Maestro nuovo, che faccia pesta!
Ieri sera hai fatto festa?».

«Macché, a cena
uova e insalatino
mès bicèr di vino
poi sono andato a letto
quasi presto.
Ma ero troppo felice,
a dormire con l’allegria che fa novanta
non riuscivo
ché da quando v’ho incontrato
sì tanto il mio cuor canta
e tum-tum batte
più vivo.
Insomma colpa vostra birbantelli
bianchi neri biondi bruni
tutti belli».

Gran cosa la maturità
se rimescola il fanciullo passato
trasformando un malinconico afflato
in profumo senza valuta
di libertà
che la scuola, o forse una maestra sola,
ad assaporare t’ha insegnato.

Domenica 6 gennaio, 2019

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Quando il volontariato accende un’alba sul futuro

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La solidarietà ci rende persone più libere, perché consegna l’ostinazione a non demordere dinanzi alle brutture del mondo.

L’associazione Lunaria, mia organizzazione di invio per un campo di volontariato in India nelle scuole, al quale ho partecipato in estate, ha pubblicato una mia riflessione sull’esperienza. Eccola.

A oltre un mese dal ritorno dal campo di volontariato, tutti i giorni, più volte al giorno, ho ancora l’India in testa. O meglio sarebbe dire che la mia testa è felicemente “occupata” dalle persone che ho incontrato là, intorno ai villaggi di Bandh e Patta nelle prime alture himalayane dello Stato nordico dell’Himachal Pradesh; è occupata dalle immagini di meraviglia cristallizzate come fotografie nella mente, e dai bambini con i quali ho lavorato nelle scuole, dai profondi disagi riscontrati e percepiti, dalle opportunità colte o dormienti, dagli insegnamenti tratti da un’esperienza che mi accompagnerà per il resto del mio cammino.
Per questo ho ribattezzato dentro di me “Educate a child” (il nome del campo al quale ho partecipato tra luglio e agosto grazie a Lunaria e all’associazione indiana Ruchi) in “Educate a child to educate yourself”: educa un bambino per educare te stesso.
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Primo giorno di scuola. Bambini, sorridete sempre: e tutto sarà più facile e bello

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Domani, 10 settembre 2018, dalle mie parti inizia la scuola primaria.
Credo che il primo giorno di scuola non sia importante solo per i bambini, e non solo per le loro famiglie, ma anche per tutte le persone che ai bambini – e al loro essere luce e testimonianza di futuro – vogliono bene nel profondo.

La scuola è un luogo in cui si sperimenta «la complessa arte della convivenza», ha scritto pochi giorni fa il maestro elementare Franco Lorenzoni. Il vivere nella società contemporanea è allora una sfida affascinante ma difficile che va affrontata proprio a partire dalla scuola, per costruire la coscienza del domani, un domani che oggi splende negli occhi dei bambini e che noi adulti dobbiamo imparare a guardare, prevedere e costruire.

Il disegno di un bambino con cui ho lavorato (in India)

Anche per i bambini la sfida è complessa, soprattutto perché spesso noi adulti siamo impreparati, egoisti o miopi.

Domattina penserò ai bambini più del solito, in particolare a coloro con i quali ho lavorato negli ultimi due anni in una scuola dell’infanzia e che immagino ridenti nei primi passi di una grande avventura.

Ma è a tutti i bambini e le bambine che mi permetto di rivolgere queste righe:

Bambini cari,
domani inizierete un nuovo cammino, e sarà un giorno molto importante, come importanti saranno tutti i prossimi anni di scuola.
Imparerete tante cose nuove e belle. Ascoltate la vostra famiglia, i vostri educatori, i vostri maestri e maestre, e se non sarete d’accordo su qualcosa, non arrabbiatevi, non subite, non tacete, ma ricordate che avete il diritto di esprimere la vostra opinione [art.12 Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza]: se non siete d’accordo, dite ciò che pensate con parole educate, gentili.

Parole educate e gentili rivolgete ai vostri compagni e compagne di scuola, e quando litigate non alzate mai le mani: usate la vostra intelligenza e la vostra fantasia che risiedono nelle parole. In questo modo avrete tanti amici e amiche a scuola e fuori da scuola, e vi divertirete un sacco.

Se qualcosa vi sembrerà difficile, non abbiate paura: si va a scuola per imparare, per imparare bisogna sbagliare, e fare un pochino di fatica. Tutti sbagliano, anche “i grandi”! Dunque, quando sbaglierete qualcosa, non prendetevela né con voi stessi né con altri. Non pensate: «Non ci riesco». Continuate a camminare, a credere in voi stessi, e ce la farete sempre.

Al mattino, entrate a scuola con un sorriso. Anzi, ovunque andiate, dappertutto donatevi e donate sorrisi: sorridete sempre, e tutto sarà più facile e bello.

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Non perdiamo la tenacia. Appunti per una società dell’ottimismo lucido

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Pubblico di seguito una mia riflessione nata in risposta a un articolo di un mio concittadino su un tema che riguarda tutti noi: il passato (precisamente il ’68), il presente e la prospettiva di futuro. La riflessione è stata pubblicata da il settimanale Il Giornale di Voghera lo scorso 28 giugno.

Ettore, Andromaca e Astianatte. Museo archeologico Palazzo Jatta, Ruvo di Puglia. Da bit.ly/2L8pYO6

Ettore si tolse l’elmo e lo posò per terra luminoso. Poi baciò il figlio amato, lo fece saltare sulle braccia e disse pregando Zeus e gli altri numi: «Zeus, e voi del cielo, fate che mio figlio cresca e diventi come me uno dei primi troiani, pieno di forza e che regni sovrano su Ilio, così che qualcuno possa dire di lui che torna dalla guerra: “È molto più forte del padre”. E che porti le spoglie insanguinate di un nemico e ne abbia gioia in cuore la madre». Dopo queste parole mise il figlio in braccio alla cara sposa [Andromaca]. Ed essa lo strinse al petto odoroso sorridendo fra le lacrime. Ettore si commosse […] – Iliade, canto VI.

Due settimane fa ho letto lo scritto di Angelo Vicini «Quando gli industriali erano “i padroni”»: all’ultima riga, mi sono commosso. L’emozione mi ha presentato il sentire di un obbligo: rispondere in qualche maniera modesta, io figlio orwelliano degli anni del riflusso, a un uomo che nella vita s’è dato e si dà tuttora da fare per il progresso della società – rappresentando così una parte della sua generazione – e che oggi, settantenne, riflettendo sui ricordi del 1968, si trova a scrivere: «Il dispiacere più grande rimane per me il fatto che quella rivoluzione abbia creato, dopo l’entusiasmo giovanile di quel cambiamento, egoismi personali quasi immediati e che i giovani di adesso, invece, di certezze ne abbiano ben poche. Scusatemi, ma non riesco a essere ottimista».

Mi sono commosso perché credo non sia giusto che le generazioni dei più o meno anziani, dagli ex partigiani ai “veri” sessantottini, debbano soffrire per i più o meno giovani dopo avere già sofferto in abbondanza nelle loro lotte per la libertà e la conquista dei diritti.
Mi sono commosso perché in quel «non riesco a essere ottimista» ho inteso l’incredulo barcollio dinanzi alle sciagure del presente, e vi ho visto il tremore degli occhi e della voce di una mia parente ultraottantenne mentre ricordava – contestualizzandole ai fascismi di oggi – le fughe durante i bombardamenti di “Pippo” nella Seconda guerra mondiale.

Tanti, troppi fatti e parole di questo mondo sono inaccettabili, ma il sofferto sbigottimento di quei più o meno anziani mi risulta eticamente intollerabile. Da qui derivano queste mie righe. Continua a leggere

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Lettera a un ragazzo bocciato

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Quando un ragazzo di tredici anni è bocciato, sono bocciati la società intera, il mondo adulto, la società del precariato che promuove la competizione in ogni ambito della vita quotidiana. Ad essere bocciata è la società che non ascolta, dentro e fuori la scuola. Troppo facile e fuorviante, prendersela solo con la scuola, che opera all’interno di un’organizzazione statale e sociale che taglia sempre più i servizi e lascia indietro i più fragili, che sono spesso i più sensibili e avrebbero un cuore grande da donare a tutti. Per leggere la mia lettera a un ragazzo bocciato in terza media, prosegui su Comune-info 

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Il problema non è l’immigrazione, ma la rassegnazione

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Pubblico una riflessione che ho scritto con l’Associazione Insieme e che abbiamo inviato ai giornali del nostro territorio. Mai rimanere indifferenti.

Ulisse si fece legare all’albero della nave, per non lasciarsi sopraffare dal canto delle sirene. Quel canto, nella sua parvenza di meraviglia, nascondeva un mostro: la perdita della ragione e dell’autocontrollo. Oggi di “canti” ne sentiamo parecchi, ma non ci sono né meraviglie né sirene: rimangono solo i mostri. Perché un mostro sarebbe il futuro deciso da chi, oggi, cerca di incantare i cittadini, puntando il dito contro le persone di origine straniera, siano essi immigrati residenti da anni nel nostro Paese o profughi sbarcati in Italia da pochi mesi.

In quel loro futuro, si dovrebbe vivere come cent’anni fa durante la Prima guerra mondiale: con i cannoni puntati ai confini. Vogliamo davvero tornare indietro di 100 anni, per impedire ad altri esseri umani di cercare un futuro migliore, così come hanno fatto milioni di italiani emigrando in tutto il mondo (e come fanno ancora oggi tanti giovani)?
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Non siamo soli, sarà Ius soli. Chi vuole bene ai bambini si dia una mossa. L’appello di educatori e insegnanti

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Mobilitazione prevista per il 3 ottobre: raccolta firme e sciopero della fame per far approvare la legge. Su Fb nasce il gruppo “Insegnanti per la cittadinanza” 

Questa mattina grazie ai bambini è stato un inizio settimana meraviglioso. Da oltre due mesi non vedevo i “miei” bimbi che partecipano al servizio di pre e post scuola di cui mi occupo in una scuola dell’infanzia; avrei voluto correre loro incontro e stritolarli d’affetto in un abbraccio, ma il mio stupido pudore adulto mi ha trattenuto.

Ebbene, di cinque bimbi che c’erano questa mattina, tre hanno entrambi i genitori stranieri. Un altro ha il papà italiano, mentre la mamma non lo è. Solo un bambino, dei cinque, ha entrambi i genitori italiani. Ma tutti i bambini mi hanno sorriso, salutato e poi parlato allo stesso modo: in italiano.

Signori, questa è l’Italia di oggi, e se non vi va bene datevi pace: la vita cambia, il mondo gira e nessuno può fermarlo. Chi ha paura del “sangue straniero” non conosce il proprio, di sangue. Continua a leggere

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Smartphone in classe: ma l’opinione dei ragazzi non conta? Una domanda e una proposta per la ministra Fedeli

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Si sapeva che la questione avrebbe creato polemiche, e probabilmente più di tutti lo sapeva la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, che ha dato il via libera all’uso dello smartphone in classe e ha spiegato che da venerdì 15 settembre una commissione “s’insedierà per costruire le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula”.

Da educatore con una formazione giornalistica alle spalle sono convinto che da un punto di vista pedagogico il tema sia fondamentale, non a caso sto presentando alle scuole superiori un progetto di Media education che passando dal cyberbullismo alla nomofobia e alle dipendenze da schermo e da gioco in generale, vorrebbe discutere con gli adolescenti proprio sull’uso del cellulare a scuola: la mia idea – basata sull’Educazione non formale – è che siano gli studenti stessi a darsi un regolamento, perché se si partecipa alla costruzione delle”leggi”, è più probabile che poi le si rispetti.

Non intendo entrare nel merito della questione smartphone in classe, ma piuttosto sollevare un dubbio sul metodo che pare avere adottato la ministra Fedeli, la quale ha parlato di “straordinaria opportunità”. Continua a leggere

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