Quando il volontariato accende un’alba sul futuro

La solidarietà ci rende persone più libere, perché consegna l’ostinazione a non demordere dinanzi alle brutture del mondo.

L’associazione Lunaria, mia organizzazione di invio per un campo di volontariato in India nelle scuole, al quale ho partecipato in estate, ha pubblicato una mia riflessione sull’esperienza. Eccola.

A oltre un mese dal ritorno dal campo di volontariato, tutti i giorni, più volte al giorno, ho ancora l’India in testa. O meglio sarebbe dire che la mia testa è felicemente “occupata” dalle persone che ho incontrato là, intorno ai villaggi di Bandh e Patta nelle prime alture himalayane dello Stato nordico dell’Himachal Pradesh; è occupata dalle immagini di meraviglia cristallizzate come fotografie nella mente, e dai bambini con i quali ho lavorato nelle scuole, dai profondi disagi riscontrati e percepiti, dalle opportunità colte o dormienti, dagli insegnamenti tratti da un’esperienza che mi accompagnerà per il resto del mio cammino.
Per questo ho ribattezzato dentro di me “Educate a child” (il nome del campo al quale ho partecipato tra luglio e agosto grazie a Lunaria e all’associazione indiana Ruchi) in “Educate a child to educate yourself”: educa un bambino per educare te stesso.
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Primo giorno di scuola. Bambini, sorridete sempre: e tutto sarà più facile e bello

Domani, 10 settembre 2018, dalle mie parti inizia la scuola primaria.
Credo che il primo giorno di scuola non sia importante solo per i bambini, e non solo per le loro famiglie, ma anche per tutte le persone che ai bambini – e al loro essere luce e testimonianza di futuro – vogliono bene nel profondo.

La scuola è un luogo in cui si sperimenta «la complessa arte della convivenza», ha scritto pochi giorni fa il maestro elementare Franco Lorenzoni. Il vivere nella società contemporanea è allora una sfida affascinante ma difficile che va affrontata proprio a partire dalla scuola, per costruire la coscienza del domani, un domani che oggi splende negli occhi dei bambini e che noi adulti dobbiamo imparare a guardare, prevedere e costruire.

Il disegno di un bambino con cui ho lavorato (in India)

Anche per i bambini la sfida è complessa, soprattutto perché spesso noi adulti siamo impreparati, egoisti o miopi.

Domattina penserò ai bambini più del solito, in particolare a coloro con i quali ho lavorato negli ultimi due anni in una scuola dell’infanzia e che immagino ridenti nei primi passi di una grande avventura.

Ma è a tutti i bambini e le bambine che mi permetto di rivolgere queste righe:

Bambini cari,
domani inizierete un nuovo cammino, e sarà un giorno molto importante, come importanti saranno tutti i prossimi anni di scuola.
Imparerete tante cose nuove e belle. Ascoltate la vostra famiglia, i vostri educatori, i vostri maestri e maestre, e se non sarete d’accordo su qualcosa, non arrabbiatevi, non subite, non tacete, ma ricordate che avete il diritto di esprimere la vostra opinione [art.12 Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza]: se non siete d’accordo, dite ciò che pensate con parole educate, gentili.

Parole educate e gentili rivolgete ai vostri compagni e compagne di scuola, e quando litigate non alzate mai le mani: usate la vostra intelligenza e la vostra fantasia che risiedono nelle parole. In questo modo avrete tanti amici e amiche a scuola e fuori da scuola, e vi divertirete un sacco.

Se qualcosa vi sembrerà difficile, non abbiate paura: si va a scuola per imparare, per imparare bisogna sbagliare, e fare un pochino di fatica. Tutti sbagliano, anche “i grandi”! Dunque, quando sbaglierete qualcosa, non prendetevela né con voi stessi né con altri. Non pensate: «Non ci riesco». Continuate a camminare, a credere in voi stessi, e ce la farete sempre.

Al mattino, entrate a scuola con un sorriso. Anzi, ovunque andiate, dappertutto donatevi e donate sorrisi: sorridete sempre, e tutto sarà più facile e bello.

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Non perdiamo la tenacia. Appunti per una società dell’ottimismo lucido

Pubblico di seguito una mia riflessione nata in risposta a un articolo di un mio concittadino su un tema che riguarda tutti noi: il passato (precisamente il ’68), il presente e la prospettiva di futuro. La riflessione è stata pubblicata da il settimanale Il Giornale di Voghera lo scorso 28 giugno.

Ettore, Andromaca e Astianatte. Museo archeologico Palazzo Jatta, Ruvo di Puglia. Da bit.ly/2L8pYO6

Ettore si tolse l’elmo e lo posò per terra luminoso. Poi baciò il figlio amato, lo fece saltare sulle braccia e disse pregando Zeus e gli altri numi: «Zeus, e voi del cielo, fate che mio figlio cresca e diventi come me uno dei primi troiani, pieno di forza e che regni sovrano su Ilio, così che qualcuno possa dire di lui che torna dalla guerra: “È molto più forte del padre”. E che porti le spoglie insanguinate di un nemico e ne abbia gioia in cuore la madre». Dopo queste parole mise il figlio in braccio alla cara sposa [Andromaca]. Ed essa lo strinse al petto odoroso sorridendo fra le lacrime. Ettore si commosse […] – Iliade, canto VI.

Due settimane fa ho letto lo scritto di Angelo Vicini «Quando gli industriali erano “i padroni”»: all’ultima riga, mi sono commosso. L’emozione mi ha presentato il sentire di un obbligo: rispondere in qualche maniera modesta, io figlio orwelliano degli anni del riflusso, a un uomo che nella vita s’è dato e si dà tuttora da fare per il progresso della società – rappresentando così una parte della sua generazione – e che oggi, settantenne, riflettendo sui ricordi del 1968, si trova a scrivere: «Il dispiacere più grande rimane per me il fatto che quella rivoluzione abbia creato, dopo l’entusiasmo giovanile di quel cambiamento, egoismi personali quasi immediati e che i giovani di adesso, invece, di certezze ne abbiano ben poche. Scusatemi, ma non riesco a essere ottimista».

Mi sono commosso perché credo non sia giusto che le generazioni dei più o meno anziani, dagli ex partigiani ai “veri” sessantottini, debbano soffrire per i più o meno giovani dopo avere già sofferto in abbondanza nelle loro lotte per la libertà e la conquista dei diritti.
Mi sono commosso perché in quel «non riesco a essere ottimista» ho inteso l’incredulo barcollio dinanzi alle sciagure del presente, e vi ho visto il tremore degli occhi e della voce di una mia parente ultraottantenne mentre ricordava – contestualizzandole ai fascismi di oggi – le fughe durante i bombardamenti di “Pippo” nella Seconda guerra mondiale.

Tanti, troppi fatti e parole di questo mondo sono inaccettabili, ma il sofferto sbigottimento di quei più o meno anziani mi risulta eticamente intollerabile. Da qui derivano queste mie righe. Continua a leggere

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Lettera a un ragazzo bocciato

Quando un ragazzo di tredici anni è bocciato, sono bocciati la società intera, il mondo adulto, la società del precariato che promuove la competizione in ogni ambito della vita quotidiana. Ad essere bocciata è la società che non ascolta, dentro e fuori la scuola. Troppo facile e fuorviante, prendersela solo con la scuola, che opera all’interno di un’organizzazione statale e sociale che taglia sempre più i servizi e lascia indietro i più fragili, che sono spesso i più sensibili e avrebbero un cuore grande da donare a tutti. Per leggere la mia lettera a un ragazzo bocciato in terza media, prosegui su Comune-info 

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Il problema non è l’immigrazione, ma la rassegnazione

Pubblico una riflessione che ho scritto con l’Associazione Insieme e che abbiamo inviato ai giornali del nostro territorio. Mai rimanere indifferenti.

Ulisse si fece legare all’albero della nave, per non lasciarsi sopraffare dal canto delle sirene. Quel canto, nella sua parvenza di meraviglia, nascondeva un mostro: la perdita della ragione e dell’autocontrollo. Oggi di “canti” ne sentiamo parecchi, ma non ci sono né meraviglie né sirene: rimangono solo i mostri. Perché un mostro sarebbe il futuro deciso da chi, oggi, cerca di incantare i cittadini, puntando il dito contro le persone di origine straniera, siano essi immigrati residenti da anni nel nostro Paese o profughi sbarcati in Italia da pochi mesi.

In quel loro futuro, si dovrebbe vivere come cent’anni fa durante la Prima guerra mondiale: con i cannoni puntati ai confini. Vogliamo davvero tornare indietro di 100 anni, per impedire ad altri esseri umani di cercare un futuro migliore, così come hanno fatto milioni di italiani emigrando in tutto il mondo (e come fanno ancora oggi tanti giovani)?
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Non siamo soli, sarà Ius soli. Chi vuole bene ai bambini si dia una mossa. L’appello di educatori e insegnanti

Mobilitazione prevista per il 3 ottobre: raccolta firme e sciopero della fame per far approvare la legge. Su Fb nasce il gruppo “Insegnanti per la cittadinanza” 

Questa mattina grazie ai bambini è stato un inizio settimana meraviglioso. Da oltre due mesi non vedevo i “miei” bimbi che partecipano al servizio di pre e post scuola di cui mi occupo in una scuola dell’infanzia; avrei voluto correre loro incontro e stritolarli d’affetto in un abbraccio, ma il mio stupido pudore adulto mi ha trattenuto.

Ebbene, di cinque bimbi che c’erano questa mattina, tre hanno entrambi i genitori stranieri. Un altro ha il papà italiano, mentre la mamma non lo è. Solo un bambino, dei cinque, ha entrambi i genitori italiani. Ma tutti i bambini mi hanno sorriso, salutato e poi parlato allo stesso modo: in italiano.

Signori, questa è l’Italia di oggi, e se non vi va bene datevi pace: la vita cambia, il mondo gira e nessuno può fermarlo. Chi ha paura del “sangue straniero” non conosce il proprio, di sangue. Continua a leggere

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Smartphone in classe: ma l’opinione dei ragazzi non conta? Una domanda e una proposta per la ministra Fedeli

Si sapeva che la questione avrebbe creato polemiche, e probabilmente più di tutti lo sapeva la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, che ha dato il via libera all’uso dello smartphone in classe e ha spiegato che da venerdì 15 settembre una commissione “s’insedierà per costruire le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula”.

Da educatore con una formazione giornalistica alle spalle sono convinto che da un punto di vista pedagogico il tema sia fondamentale, non a caso sto presentando alle scuole superiori un progetto di Media education che passando dal cyberbullismo alla nomofobia e alle dipendenze da schermo e da gioco in generale, vorrebbe discutere con gli adolescenti proprio sull’uso del cellulare a scuola: la mia idea – basata sull’Educazione non formale – è che siano gli studenti stessi a darsi un regolamento, perché se si partecipa alla costruzione delle”leggi”, è più probabile che poi le si rispetti.

Non intendo entrare nel merito della questione smartphone in classe, ma piuttosto sollevare un dubbio sul metodo che pare avere adottato la ministra Fedeli, la quale ha parlato di “straordinaria opportunità”. Continua a leggere

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“Lo schermo parlante”, un progetto di Media education

Spesso ascolto con stizza il suono del messaggio su WhatsApp, accorgendomi della distrazione che mi provoca. Osservo con sconforto il genitore che ignora il figlio per immergersi nello schermo dello smartphone. Mi chiedo se i nativi digitali abbiano – per così dire -un funzionamento del cervello diverso dal mio, immigrato digitale.

Ho così concluso che la Media education, l’educazione alla comprensione e all’utilizzo dei mezzi della comunicazione, dovrebbe essere tra i pilastri della pedagogia contemporanea.

Per questo motivo ho scritto “Lo schermo parlante. Rischi e vantaggi della vita digitale”.  Continua a leggere

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Ah, se gli adulti imparassero dai bambini

E anche per me l’asilo* è ormai finito, con un vassoio di dolcetti ricevuti in dono da un bambino e la sua famiglia. Non è un caso che alcune tra le paste siano a forma di barchetta, come quelle di carta che abbiamo piegato e colorato durante questo anno di pre e post scuola con la Fondazione Adolescere.

Avrei potuto ricevere anche un pentolone di fagioli, come quelli che abbiamo seminato nei vasetti, trapiantato in giardino, innaffiato, visto crescere e raccolto questa mattina, per poi dividerli e serbarli a casa, per una possibile semina la prossima primavera. E proprio nella divisione dei fagioli i bimbi hanno dimostrato la loro saggia solidarietà, dando fagioli a chi nel baccello ne aveva pochi, di modo che tutti ne avessero in egual numero. Continua a leggere

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Vogliamo la verità sull’omicidio di Andy Rocchelli

VERITÀ per ANDY e ANDREY. Sono passati tre anni. Il 24 maggio 2014, il fotografo Andrea Rocchelli detto Andy e il suo amico, attivista e interprete russo Andrey Mironov venivano uccisi a Sloviansk, Ucraina, terra di confine con la Russia. Andy aveva 30 anni, Andrey 60. Erano lì per documentare gli effetti dei bombardamenti sui civili nella guerra tra i due Paesi. Ma a quanto sembra, Andy e Andrey non sono stati colpiti accidentalmente, non essendoci un’azione di guerra in corso: piuttosto sono stati uccisi con intenzione, con “un tiro selettivo”, hanno detto i genitori di Andy che da tempo chiedono la verità alle autorità italiane e ucraine (vedi articolo dell’Espresso). Il governo italiano si dia una mossa e dimostri la volontà di scoprire la verità sulla morte di Andy e Andrey. 

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