LIBERARSI DAL PATRIARCATO E OLTRE

Sembra ci sia un abisso, e invece culturalmente v’è un piccolo balzo tra il fare ciò che si vuole delle foto di una donna e l’ammazzare la compagna o la moglie.

Questo trascorso agosto in cui l’Italia, come dopo un sonno di pigri, s’è accorta via social di essere un Paese abitato da uomini arretrati, più ripugnanti dello stereotipo preistorico del cavernicolo tutto peli e grugniti, questo agosto in cui abbiamo scoperto migliaia di maschi – di qualsiasi ceto – pugnalare per anni i diritti di altrettante donne, diffondendo foto e su di esse sbavando su portali quali Phica e Mia moglie, questo trascorso agosto rimanda al giorno 30 del medesimo mese del 1970: allora l’Italia si scandalizzò per l’assassinio di Anna Fallarino da parte del marito, il marchese Camillo Casati Stampa Di Soncino. Lui 45 anni, lei 41.

Il nobiluomo, appassionato di caccia, quel giorno rientrò nel sontuoso appartamento di Roma con le idee ben chiare. La moglie e il suo amante venticinquenne, Massimo Minorenti, lo stavano aspettando in salotto. Lui prese il fucile, sparò tre colpi a lei, due all’amante, uno a se stesso.

E che c’entra con gli scandali dell’agosto odierno?

Il marchese, in accordo con la moglie, aveva un piacere: organizzare incontri sessuali per lei, stare lì ad osservare durante i rapporti, e fotografare.

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[Nella foto, Casati e Fallarino. Da Wikipedia]
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VIVIAMO IN UNA SOCIETÀ MALATA: PER CURARLA NON BASTANO GLI INSEGNANTI

Il fatto che la scuola sia ormai un ospedale di cura – reso inefficace – delle malattie interiori e concretissime della nostra società, porta molti a dire che gli insegnanti dovrebbero fare questo, e quello, e quell’altro. Come a guardare solo le ruote del carrello e non tutto l’aeroplano.
Da maestro di primaria mi viene un dubbio: gli esperti – dai pedagogisti agli psicologi agli editorialisti – che dicono ciò che gli insegnanti dovrebbero fare, a scuola ci lavorano? Parrebbe di no, perché altrimenti i loro consigli verrebbero posti in altri termini.

Non intendo certo difendere la mia categoria, che nella sua maggioranza si dimostra essere pari pari a quella della cittadinanza italiana: l’ambizione è il quieto vivere, e ciò comporta non lottare per la messa in pratica dei diritti e la conquista di nuovi.
Tuttavia, a me sembra che la bulimia suggeritrice sugli insegnanti che dovrebbero fare questo e quello, alla fine instilli nei cittadini un pensiero: se la scuola non funziona, è colpa dei docenti.

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LA SCUOLA-PESCHERIA

Per il 2025 il governo ha elargito 753 milioni di euro alle scuole private, mentre in quelle pubbliche le famiglie pagano il materiale di cancelleria per i figli (dato dallo Stato in altri Paesi europei) e viene chiesto loro di portare carta igienica, fazzoletti, risme di carta…per non dire delle migliaia di scuole fuori norma a livello edilizio e del precariato del personale docente e amministrativo.

“La scuola è aperta a tutti” (art. 34 Costituzione) ma solo perché ha la porta rotta.

Più soldi delle nostre tasse ai privati, pesci in faccia alle famiglie e ai lavoratori della scuola pubblica.

[immagine tratta da Wikimedia e modificata]
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Il cambiamento è nella voce dell’infanzia. Prima pagina, Radio 3

Il mondo cambierà soltanto quando darà ascolto e voce concreta ai bambini e ai ragazzi. È questo il messaggio di una mia lettera alla redazione della trasmissione Prima pagina di Radio 3, letta in parte all’inizio del filo diretto con gli ascoltatori, condotto da Chiara Cruciati de il Manifesto.

La trasmissione del 27 agosto 2025 si può ASCOLTARE IN PODCAST.

Ringrazio la redazione di Prima pagina, non tanto per avermi dato voce quanto per il loro lavoro quotidiano: per molti italiani è una trasmissione fondamentale.

E a questo punto pubblico di seguito il testo della lettera.
«Sono un maestro di primaria ed ex giornalista. Stamane [ieri] il collega Salvatore ha espresso quanto certamente molti di noi insegnanti provano e si chiedono. Questo da una parte conforta, dall’altra spinge a porsi altri interrogativi.

Idillio primaverile, Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1896-1901 (da Wikimedia Commons)

Da molto tempo, insieme al domandarmi dove stiamo andando e come affrontarlo con i bambini (così attenti, capaci e sensibili sui temi più profondi della vita e dell’attualità), io mi chiedo se entrare in classe non significhi vivere in un altro mondo, una realtà parallela, magari felice se gli insegnanti ne sono capaci, ma un mondo che a volte mi pare illusorio. E di conseguenza ingiusto nei confronti degli allievi.

Nei luoghi educativi noi possiamo provare a fare il meglio coi nostri bambini e ragazzi, dipingendo cioè insieme a loro l’idea di un mondo nuovo in cui valgano i valori della Costituzione e di tutte le Convenzioni umane.
Però ho il “terrore” che un bambino possa chiedermi, un giorno o l’altro: «Ma che senso ha fare questo, se il mondo là fuori gira al contrario?». Continua a leggere

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IL FUTURO DELL’UMANITÀ È SENZA SAPIENS? DIALOGO DAL MONDO NUOVO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Grunf…snork…maestro…snoork…che cosa fecero gli esseri umani per cercare di non estinguersi? Gronf…».
«Hmmm…ti faccio un esempio. Nell’anno 2025 dell’Antropocene…snuuurk…la specie Homo sapiens abitava la Terra dividendosi in nazioni governate da dittature oppure da democrazie, almeno così dicevano loro. C’erano una sessantina di guerre sparse nel mondo, grandi e piccole. C’era ad esempio un dittatore…graunf…che bombardava città nell’estremo est europeo, e c’erano Stati democratici, o almeno così dicevano loro, che a loro volta lanciavano bombe sul territorio di quel dittatore. Oppure c’era un capo di Stato democratico, o almeno così dicevano loro, che bombardava là dove nacquero tra le più importanti religioni dei Sapiens: pensa, rasero al suolo tutta una lunga zona costiera abitata da oltre due milioni di esseri umani, e naturalmente era piena di famiglie, di anziani, di cuccioli di Sapiens. Le fonti storiche che ci sono rimaste, poi, ci informano che verso la metà di quel 2025…sgnaurk…c’era un altro capo delle democrazie Sapiens, loro dicevano che era la più grande democrazia del mondo…grignuuuk…beh, questo capo mandò l’esercito contro i cittadini che per strada manifestavano il proprio malcontento. Poi c’erano Stati proprio buffi, come l’Italia…frooonk…stavano sempre a litigare, su cose semplici semplici, come avere più sicurezza sul lavoro o dare la nazionalità alle persone immigrate e ai loro figli».
«Maestro, ma quindi…snaark…i Sapiens invece di affrontare il cambiamento climatico fecero finta di nulla? Anzi, peggio, si facevano la guerra tra di loro? Ma non capivano che andavano verso l’estinzione? Bruuup…»
«Beh, no…scruunk…chi capiva c’era, c’era, e ci furono tentativi di fare qualcosa, ma tra i Sapiens comandavano pazzi e sfruttatori, e alla gente comune in fondo bastava riempirsi la pancia e andare in vacanza per stare allegra, almeno per chi poteva permetterselo. Non ci pensavano che l’industria del cibo e del turismo erano proprio tra le cause dell’inquinamento. Sgronk. Quando il cambiamento climatico portò guai quotidiani anche negli Stati ricchi, e la povertà si diffuse per la difficoltà di reperire acqua potabile e cibo…truug…beh allora ci fu una ribellione generale contro i capi di governo pazzi e gli sfruttatori, ma ormai era troppo tardi. Inoltre la violenza fu incontrollabile. Ciuurf. Sembra strano in tutto ciò, ma i Sapiens avevano un proverbio che ci aiuta a capire la loro psicologia: non saper guardare al di là del proprio naso. Sgrook. Finché all’apparenza le cose reggevano, almeno per chi viveva negli Stati ricchi, i Sapiens vissero come se niente fosse».
«Maestro…sfrunk…ma i Sapiens chi li ha chiamati così?».
«Ah…croooofk…se lo diedero da soli il nome di “saggi, prudenti, intelligenti”».
«Aaah ah ah…sfruk…aaah ah ah!».
«Ah ah ah…croooost…ah ah!».

[Ho scritto questo dialogo appena dopo avere letto una notizia su Rainews.it, da cui è tratta l’immagine iniziale. DF]

POST SCRIPTUM
Ecco una vignetta significativa tratta dal settimanale Internazionale del 13 giugno 2025, dell’autore francese Sanaga.
È importante scherzare in modo serio!

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L’ingiustizia della carta docente, simbolo del precariato che infetta la scuola

Già è drammatico che decine di migliaia di insegnanti siano precari, se poi lo Stato attua discriminazioni tra quegli stessi precari, ecco che la scuola – la quale costituisce le fondamenta della società contemporanea – rappresenta la situazione politico-culturale dell’Italia. 

Un esempio della disparità di trattamento tra insegnanti è la Carta docente, 500 euro all’anno per la formazione professionale: dall’anno scolastico 2023/24, la Carta è stata assegnata anche agli insegnanti con contratto a tempo determinato fino al 31 agosto. Rimane ancora escluso chi ha il contratto fino al 30 giugno. 

Con un contratto collettivo nazionale scaduto da anni (e di conseguenza uno stipendio del tutto inadeguato rispetto all’inflazione), quali sono le conseguenze della mancanza della Carta, per un docente precario ed i suoi allievi?

Lo spiego, raccontando il mio caso, con un intervento su La Tecnica della Scuola

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eTWINNING E PICCOLE SCUOLE: UNA COMUNITÀ DI PASSIONE PER INTERROGARE IL SENSO DELLA NOSTRA PROFESSIONE

[Questo articolo è una riflessione seguita a un corso INDIRE-Piccole scuole per la progettazione eTwinning: in calce il link alla pubblicazione su INDIRE]

Spesso gli insegnanti appassionati hanno bisogno di fermarsi, riflettere, e rovistare di nuovo nella sacca dei motivi per i quali hanno deciso di svolgere una professione sempre più complessa. Nelle classi, manifesto della società, i bambini – oltre alle meraviglie dell’infanzia – portano pluralità di bisogni educativi e disagi. Eppure la professione dell’insegnante, nei fatti, non gode di un brillante riconoscimento.
Soprattutto, l’insegnante riflessivo arriva a porsi inquieto una domanda: qual è il senso del mio lavoro, in un’epoca d’incertezza crescente sulle sorti del pianeta?

Il cambiamento climatico è uno spettro che al mattino ci portiamo appresso a scuola; nascosto nella borsa, così sibila: «Addio ai ghiacciai, e uragani, e caldoni e alluvioni sempre più frequenti: questa sarà la vita dei tuoi allievi!».
Era già il 1979 quando Hans Jonas scrisse che fino all’avvento dell’inquinante tecnologia moderna «la presenza dell’uomo nel mondo era un dato indiscutibile»: messa a repentaglio dal “progresso”, diviene un obbligo «conservare tale mondo in modo che restino intatte le condizioni di quella presenza» (Il principio responsabilità, Einaudi 2009, p.15).
Qual è, allora, la responsabilità di noi insegnanti? Che cosa dobbiamo fare con gli allievi, nella prospettiva di un futuro tanto diverso dalla nostra esperienza di vita? O peggio, parafrasando Greta Thunberg: insegnare che senso ha, se il futuro i nostri allievi non l’avranno?

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LA SCUOLA DEL MOVIMENTO

Siamo in cerchio ed i bambini si divertono ad accucciarsi, alzarsi o stare a mezz’aria quando dico «sacco vuoto», «pieno» o «mezzo» (poi passerò alle istruzioni in inglese). Le cose si complicano quando la regola diventa fare ciò che dice l’insegnante ignorando il suo movimento, opposto alle parole; o viceversa.
Gli errori sono clamorosi (a partire dal maestro): ed è così che questa attività fa ridere tutti diventando un mattoncino per il benessere del gruppo. Al contempo si sollecitano le funzioni cognitive grazie all’attenzione di ascoltare, osservare e muoversi dovendo decidere da quale canale percettivo farsi guidare.
In pochi minuti si ha un concentrato di ciò che serve allo sviluppo del bambino: relazione, gesto e “cervello”.

Quest’attività è solo un piccolo esempio di ciò che ho appreso in una formazione per insegnanti della rete Scuole che promuovono salute in Lombardia. Il corso, in particolare, ha riguardato le pause attive: una fase di movimento nelle ore di lezione, dai 5 ai 20 minuti (per chi volesse approfondire, si consiglia un articolo del Centro piemontese di Documentazione per la promozione della salute, mentre esempi pratici sono visibili sul sito Scuola in movimento e su quello del metodo Joy of moving).

Come spiegato dai professori Veronica Velasco (università Milano-Bicocca) e Matteo Vandoni (università di Pavia), la ricerca scientifica ha dimostrato che se eseguite in modo regolare durante l’attività scolastica, le pause attive migliorano la concentrazione, riducono lo stress, aumentano la motivazione, sviluppano le competenze sociali: si genera così un beneficio per l’apprendimento. Non a caso le scuole più innovative in Europa svolgono 45 minuti di attività didattica e 15 di pausa attiva.

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[A già quanto indicato nell’articolo, ulteriori approfondimenti con esempi di pratiche a scuola sono visibili qui: https://www.scuolapromuovesalute.it/scuola-sps-in-movimento/]

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RIFORMA VALUTAZIONE: MAI ETICHETTARE I BAMBINI

Da maestro che cerca di pensare e lavorare per una didattica attiva, non mi stupisco della (anti)pedagogia del ministro Valditara e della nuova valutazione in arrivo alla primaria.
Con amarezza va riconosciuto che il ministro – con l’apice della sua pedagogia dell’«umiliazione» – rappresenta il sistema di pensiero (magari inconsapevole) di molti insegnanti; forse della maggioranza di essi.
E l’agire sulla valutazione ne è un esempio massimo.

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LA DISCIPLINA DELL’INSEGNANTE

In una lettera pubblicata da La Tecnica della Scuola, c’è chi ha scritto – sospinto da imprecisione e luoghi comuni – di «assenza di meritocrazia» tra gli insegnanti, «trattamento tendenzialmente egualitario degli studenti» nella valutazione, «scarsa disciplina impartita».

Siccome non ne posso più di sentenze sparate da chi parla di scuola ed educazione evidentemente senza saperne nulla, ho risposto:

[…] da insegnante di scuola primaria non accetto (e infatti mi indigno in sostanza tutti i giorni) che si parli di scuola senza avere competenze ed esperienze pedagogiche.
Rispondo punto per punto alla lettera.

1) Colui che l’ha scritta forse non parla con una pluralità di insegnanti, perché invero tra di noi ve ne sono molti che desiderano la meritocrazia tra i docenti, e che ritengono che uno dei problemi della scuola sia proprio l’incompetenza – pedagogica e didattica – di vari colleghi.
Ma se lo Stato non investe sulla scuola (basti pensare che quasi la metà dei docenti sono precari), diventa impossibile parlare di meritocrazia senza affrontare il problema fondamentale: questo Paese – da almeno una ventina d’anni – ha smesso di credere nel ruolo di sviluppo sociale ed economico della scuola pubblica.

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