L’ingiustizia della carta docente, simbolo del precariato che infetta la scuola

Già è drammatico che decine di migliaia di insegnanti siano precari, se poi lo Stato attua discriminazioni tra quegli stessi precari, ecco che la scuola – la quale costituisce le fondamenta della società contemporanea – rappresenta la situazione politico-culturale dell’Italia. 

Un esempio della disparità di trattamento tra insegnanti è la Carta docente, 500 euro all’anno per la formazione professionale: dall’anno scolastico 2023/24, la Carta è stata assegnata anche agli insegnanti con contratto a tempo determinato fino al 31 agosto. Rimane ancora escluso chi ha il contratto fino al 30 giugno. 

Con un contratto collettivo nazionale scaduto da anni (e di conseguenza uno stipendio del tutto inadeguato rispetto all’inflazione), quali sono le conseguenze della mancanza della Carta, per un docente precario ed i suoi allievi?

Lo spiego, raccontando il mio caso, con un intervento su La Tecnica della Scuola

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eTWINNING E PICCOLE SCUOLE: UNA COMUNITÀ DI PASSIONE PER INTERROGARE IL SENSO DELLA NOSTRA PROFESSIONE

[Questo articolo è una riflessione seguita a un corso INDIRE-Piccole scuole per la progettazione eTwinning: in calce il link alla pubblicazione su INDIRE]

Spesso gli insegnanti appassionati hanno bisogno di fermarsi, riflettere, e rovistare di nuovo nella sacca dei motivi per i quali hanno deciso di svolgere una professione sempre più complessa. Nelle classi, manifesto della società, i bambini – oltre alle meraviglie dell’infanzia – portano pluralità di bisogni educativi e disagi. Eppure la professione dell’insegnante, nei fatti, non gode di un brillante riconoscimento.
Soprattutto, l’insegnante riflessivo arriva a porsi inquieto una domanda: qual è il senso del mio lavoro, in un’epoca d’incertezza crescente sulle sorti del pianeta?

Il cambiamento climatico è uno spettro che al mattino ci portiamo appresso a scuola; nascosto nella borsa, così sibila: «Addio ai ghiacciai, e uragani, e caldoni e alluvioni sempre più frequenti: questa sarà la vita dei tuoi allievi!».
Era già il 1979 quando Hans Jonas scrisse che fino all’avvento dell’inquinante tecnologia moderna «la presenza dell’uomo nel mondo era un dato indiscutibile»: messa a repentaglio dal “progresso”, diviene un obbligo «conservare tale mondo in modo che restino intatte le condizioni di quella presenza» (Il principio responsabilità, Einaudi 2009, p.15).
Qual è, allora, la responsabilità di noi insegnanti? Che cosa dobbiamo fare con gli allievi, nella prospettiva di un futuro tanto diverso dalla nostra esperienza di vita? O peggio, parafrasando Greta Thunberg: insegnare che senso ha, se il futuro i nostri allievi non l’avranno?

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LA SCUOLA DEL MOVIMENTO

Siamo in cerchio ed i bambini si divertono ad accucciarsi, alzarsi o stare a mezz’aria quando dico «sacco vuoto», «pieno» o «mezzo» (poi passerò alle istruzioni in inglese). Le cose si complicano quando la regola diventa fare ciò che dice l’insegnante ignorando il suo movimento, opposto alle parole; o viceversa.
Gli errori sono clamorosi (a partire dal maestro): ed è così che questa attività fa ridere tutti diventando un mattoncino per il benessere del gruppo. Al contempo si sollecitano le funzioni cognitive grazie all’attenzione di ascoltare, osservare e muoversi dovendo decidere da quale canale percettivo farsi guidare.
In pochi minuti si ha un concentrato di ciò che serve allo sviluppo del bambino: relazione, gesto e “cervello”.

Quest’attività è solo un piccolo esempio di ciò che ho appreso in una formazione per insegnanti della rete Scuole che promuovono salute in Lombardia. Il corso, in particolare, ha riguardato le pause attive: una fase di movimento nelle ore di lezione, dai 5 ai 20 minuti (per chi volesse approfondire, si consiglia un articolo del Centro piemontese di Documentazione per la promozione della salute, mentre esempi pratici sono visibili sul sito Scuola in movimento e su quello del metodo Joy of moving).

Come spiegato dai professori Veronica Velasco (università Milano-Bicocca) e Matteo Vandoni (università di Pavia), la ricerca scientifica ha dimostrato che se eseguite in modo regolare durante l’attività scolastica, le pause attive migliorano la concentrazione, riducono lo stress, aumentano la motivazione, sviluppano le competenze sociali: si genera così un beneficio per l’apprendimento. Non a caso le scuole più innovative in Europa svolgono 45 minuti di attività didattica e 15 di pausa attiva.

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[A già quanto indicato nell’articolo, ulteriori approfondimenti con esempi di pratiche a scuola sono visibili qui: https://www.scuolapromuovesalute.it/scuola-sps-in-movimento/]

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RIFORMA VALUTAZIONE: MAI ETICHETTARE I BAMBINI

Da maestro che cerca di pensare e lavorare per una didattica attiva, non mi stupisco della (anti)pedagogia del ministro Valditara e della nuova valutazione in arrivo alla primaria.
Con amarezza va riconosciuto che il ministro – con l’apice della sua pedagogia dell’«umiliazione» – rappresenta il sistema di pensiero (magari inconsapevole) di molti insegnanti; forse della maggioranza di essi.
E l’agire sulla valutazione ne è un esempio massimo.

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LA DISCIPLINA DELL’INSEGNANTE

In una lettera pubblicata da La Tecnica della Scuola, c’è chi ha scritto – sospinto da imprecisione e luoghi comuni – di «assenza di meritocrazia» tra gli insegnanti, «trattamento tendenzialmente egualitario degli studenti» nella valutazione, «scarsa disciplina impartita».

Siccome non ne posso più di sentenze sparate da chi parla di scuola ed educazione evidentemente senza saperne nulla, ho risposto:

[…] da insegnante di scuola primaria non accetto (e infatti mi indigno in sostanza tutti i giorni) che si parli di scuola senza avere competenze ed esperienze pedagogiche.
Rispondo punto per punto alla lettera.

1) Colui che l’ha scritta forse non parla con una pluralità di insegnanti, perché invero tra di noi ve ne sono molti che desiderano la meritocrazia tra i docenti, e che ritengono che uno dei problemi della scuola sia proprio l’incompetenza – pedagogica e didattica – di vari colleghi.
Ma se lo Stato non investe sulla scuola (basti pensare che quasi la metà dei docenti sono precari), diventa impossibile parlare di meritocrazia senza affrontare il problema fondamentale: questo Paese – da almeno una ventina d’anni – ha smesso di credere nel ruolo di sviluppo sociale ed economico della scuola pubblica.

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LA QUATTORDICESIMA DEGLI INSEGNANTI

Nel mese di dicembre gli insegnanti, a vedere l’importo della tredicesima aggiunto allo stipendio consueto, pensano che se, non diciamo proprio tutta quella somma, ma diciamo a sfiorarla, essa fosse la normale mensilità, beh allora qualche grosso problema della scuola si inizierebbe a risolvere: uno stipendio corrispondente al ruolo sociale svolto dagli insegnanti obbligherebbe il sistema ad una seria selezione dei docenti, perché la professione diventerebbe ambita e tra tanti candidati emergerebbero da severi esami e colloqui solo i più preparati dal punto di vista pedagogico, didattico e personale (cioè: puoi essere il più preparato nei contenuti e nel metodo, ma se non sorridi manco all’apparizione di un arcobaleno, o se soffri di qualche disturbo psico-patologico, è meglio non lavorare con bambini e ragazzi!) .

Se gli stipendi degli insegnanti italiani non fossero al di sotto della media Ocse e ai minimi in Europa, allora anche le famiglie porterebbero più rispetto agli insegnanti e alla scuola tutta, poiché gli allievi andrebbero in classe più volentieri grazie alla maggior preparazione dei docenti, e perché questi ultimi – forti della propria competenza – esigerebbero dallo Stato, ad esempio, edifici idonei a garantire la sicurezza di studenti e lavoratori, e con spazi maggiori e più adeguati per accogliere le diversità che le scuole ospitano (altrimenti, come spesso accade, i «Bisogni Educativi Speciali» degli studenti sono mere sigle che sprecano carta e tempo).

Per gli edifici scolastici, che accolgono il futuro, dovrebbe valere ciò che Gino Strada chiese a Renzo Piano per progettare un ospedale di Emergency in Uganda: doveva essere «scandalosamente bello».

Dopo tali elucubrazioni, che cosa pensa un insegnante, per non giungere a chiedersi «ma chi me lo fa fare?».
Penso a ciò che accade a scuola nelle relazioni con gli allievi e che in denaro non può essere quantificato.

Ad esempio, io penso alle risate che i bambini mi fan fare; non per essere pedante, ma i nostri stipendi dovrebbero essere più alti solo per la fatica che facciamo a trattenere scoppi di risa: ai bambini, per darsi a una quasi universale incontrollata ilare baldoria, basta un labbro del maestro che sfrigola tra i denti sotto i baffi, figuriamoci se gli scoppiasse fragorosa una risata…

Allora condivido qualche episodio accadutomi nell’ultimo periodo (i nomi dei bambini, come sempre, sono di fantasia). Giurin giuretta: tutta roba vera. Continua a leggere

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IL VIAGGIO DI MAMOU E LE ANIME VERDI. Un racconto nato da un quadro

E chi ci pensava a scrivere un racconto a partire da un quadro (strategia da proporre ai bambini in classe), prima del laboratorio «Arte e narrazione» a «Sfide – La scuola di tutti», condotto da Anna Aiolfi e Gabriella Bosmin, insegnanti del Movimento di Cooperazione Educativa.
Tra le opere che Anna e Gabriella ci hanno presentato, io sono stato ispirato da
Futurlibecciata, di Giacomo Balla (1912): ho scritto un breve racconto che è stato poi pubblicato qui dalla «Rete delle geo storie a scala locale».
In seguito ho ampliato il racconto e sotto puoi leggerne l’inizio. 
Anche tu, come Mamou, vorresti conoscere la storia delle «anime verdi»? Vai alla pagina “Contatti” e scrivimi…

                                      IL VIAGGIO DI MAMOU E LE ANIME VERDI

Mamou guardava quasi accecata le tre lenzuola del sole che bucavano le nuvole per scaldare le onde. Emise un «Ooooh» di stupore, e suo padre la strinse più forte, mentre il mare agitato cullava la barca in una ninna nanna da lupi.
«Non preoccuparti Mamou, ancora poco e saremo arrivati», le disse il papà.
Ma Mamou non aveva paura di tutto quel blu scalpitante che cavalcavano, nonostante un vorticino che le ruotava nello stomaco come l’oblò di una lavatrice.
«Guarda papà, le anime verdi!», esclamò d’un tratto, indicando uno spumeggiare nel mezzo delle onde.
L’uomo guardò oltre il ditino della figlia. Non vide nulla, solo il bianco della spuma e il blu del mare lupastro. Ma i suoi occhi si muovevano insieme alle onde, come se anche lui stesse osservando qualcosa.
«Allora le anime verdi vivono anche nel mare, papà?».
«Questa è una parte della nostra storia che non ti ho ancora raccontato. Vuoi?».
«Sì, sì!». Mamou allungò le braccia e si attaccò al collo del padre.
[…]

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AUTUNNO D’ALBA AL LAVORO

Sono una conchiglia
nell’acqua di cucciola nebbia
i raggi che nascono lottando
tra i respiri di nuvolotte ridenti

I liberi prati
lacrimano rugiada
i campi arati
sudano brividi

del dolore che s’espande
dalla radio dell’umanità:

è finita una notte
di bombe
ed inizia una giornata
di bombe

Carne
è questo tenero rosso di cielo:
pace, a me solo
un poco ammanta il cuore
vano

O tu, cucciola nebbia
scivolo allegro
sui bruni colli
per il gioco del sole

sii carezza

sulla tua e sulla mia
sulla loro

su tutta questa

finitezza.

 

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Una FIABA CONTRO gli STEREOTIPI di CLASSE e di GENERE

Un’attenta lettura delle fiabe consente di selezionare racconti tradizionali che possono servirci per aiutare bambini e ragazzi a sviluppare il senso critico: la ricerca nella tradizione può svelare antidoti al conservatorismo culturale e di conseguenza all’ingiustizia sociale.
E per l’adulto che ama leggere ad alta voce, le fiabe rappresentano una delle esperienze narrative più entusiasmanti.

***
«LA PRIMA SPADA E L’ULTIMA SCOPA»
(Fiabe italiane, Italo Calvino, Mondadori 1993, vol. II, p. 625, fiaba numero 124)

Re, reucci, principi, cavalieri, giovani e meno giovani, belli e a volte bruttini, se non ricchi un po’ straccioni, comunque sempre eroi. E sempre maschi.
O quasi.
La tradizione delle fiabe sollecita la narrazione del presente e la visione sul futuro, e nel frattempo, all’interno di un mare boscoso di personaggi e immagini stereotipati, ci offre punteruoli fiabeschi per abbattere gli stereotipi stessi.
Ecco allora La prima spada e l’ultima scopa, di origine napoletana, in cui non solo a vincere la scommessa è una femmina, ma la ragazza è persino l’ultima di sette sorelle, e sconfiggerà il primo di sette fratelli.

È la lotta arcana del supposto debole contro l’apparente forte, e in questa fiaba ciò avviene almeno in duplice forma: nel genere e nella classe sociale. La protagonista – nello stereotipo – è debole non solo in quanto donna nei confronti del ragazzo (entrambi sono figli di mercanti), ma è debole anche verso la ricchezza di un altro personaggio maschile: il principe.
È una «drastica divisione dei viventi in re e poveri», scrive Calvino nell’Introduzione alle Fiabe italiane (p. XV, Mondadori 1993): una divisione tra forti e deboli (presunti) che trova nelle fiabe una «parità sostanziale», spesso raggiunta dal personaggio in apparenza svantaggiato attraverso l’arma più micidiale: l’astuta intelligenza.

Tant’è che i due rappresentanti maschili, in questa fiaba, non fanno certo una bella figura.
Con la medesima intelligenza, i bambini, attraverso il dialogo e l’attività didattica cooperativa, valuteranno il messaggio tradizionale proposto dalle fiabe: una lettura che si avvolge di bellezza per il piacere puro del leggere, e che al contempo può innovare stagnanti valori, costruirne di nuovi, oppure – come in questo caso – trovare nella tradizione narrativa assonanze contemporanee con la parità di genere e la disuguaglianza.
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TOC-TOC DI LUNA

Scripta manent, et cuandus se dimenticant, lorum per casualitatis trobare felix sorpresatia est. Scemate a parte: era una notte d’autunno.

TOC-TOC DI LUNA

La Luna mi bussò alla finestra:
era così bella
che le aprii.

La sua luce fredda calda,
così fredda calda,
mi avvolse

ed io sentii la notte
sussurrarmi le stelle,
il dolce assiolo testardo
e il fruscio rombante
di via venti settembre

Buonanotte, Luna,
pozzo dorato di sospiri,
e domande,
e amori e rancori
e attimi inattesi
del nostro mesto apparire.

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