DIFENDIAMO IL DIRITTO ALLA SALUTE. UN’ESPERIENZA TRA LE BARACCHE NELL’INDIA DEL NORD

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La morte del fondatore di Emergency Gino Strada e le parole di sua figlia Cecilia – «Mio padre mi ha insegnato che proteggere i diritti degli altri significa difendere anche i propri» – mi hanno fatto ripensare a un giorno in cui ho potuto comprendere appieno, per negazione, che cosa sia il diritto alla salute.

Nell’estate del 2019 sono stato un mese nel nord dell’India, nello stato dell’Himachal Pradesh, per un progetto di tirocinio approvatomi dall’università Milano-Bicocca tramite il bando ExtraUe: avrei lavorato nelle scuole primarie dei villaggi sui primi monti himalayani tramite l’associazione locale Ruchi, dove ero già stato l’anno precedente per un campo di volontariato internazionale, sempre nelle scuole. [dalla Home cliccare sotto la foto per proseguire la lettura]

Attività di disegno in una scuola dei villaggi di montagna (foto D.F.)

Prima di partire, così come per la prima volta in India, con l’Associazione Insieme e Orti Sociali avevo raccolto fondi per acquistare cancelleria: in quelle scuole di montagna, ai bambini scintillano gli occhi nel vedere un astuccio che per noi è banalità. Non potevo sapere, però, che avrei usato i fondi anche per comprare il materiale e pagare la manodopera per costruire una scuola-capanna di legno e bambù in una baraccopoli della città pedemontana di Baddi, grazie alla collaborazione con Francesca (architetto, ha progettato la scuola) e Marianna, che erano in India volontarie come me, e Mukesh, operatore dell’associazione Ruchi.

Un giorno, mentre nella baraccopoli – dove andavamo ogni tanto per svolgere attività con i bambini – iniziavamo a fantasticare la costruzione della scuola, Francesca ha visto un bambino di sei anni muoversi saltando con una sola gamba: nell’altra aveva una grossa, carnosa bruciatura sulla caviglia, che a me avrebbe impressionato il giorno dopo. Francesca mi ha riferito l’aspetto del bambino e io poi ne ho parlato con Chloé, infermiera belga, anche lei lì volontaria: «Se non si cura, finirà che si infetta e bisogna amputare», mi ha detto tranciante.

Mi sono sentito come se il piede da tagliare fosse stato il mio. Non mi sembrava possibile quella prospettiva: andava al di là della mia ristretta esperienza da sanità italiana. Ma ora le parole di Chloé, e quell’angosciante miseria della baraccopoli impastata di fango, spazzatura, pianti e sorrisi dei bambini, rendevano reale l’immagine di un bambino senza piede per un’infezione da ustione alla caviglia.

L’ingresso alla baraccopoli (foto D.F.)

È stata un’esperienza brusca, all’inizio. Io ero scosso dentro; dopo le parole di Chloé non riuscivo a pensare ad altro. Era come se una voce continuasse a ripetermi: «Gli tagliano il piede, gli tagliano il piede».
Ero scosso anche a constatare, la sera, che alcuni volontari non sembravano particolarmente interessati, emotivamente coinvolti. Forse perché avevano una decina d’anni in meno di me; ma questa è una fesseria. È che sono un ingenuo.

C’era rabbia nelle mie parole, quando seduti in cerchio, quella sera, si discuteva sulle attività da organizzare per i bambini della baraccopoli: «Sappiamo che un bambino rimarrà senza piede se non viene curato, un bambino che abbiamo visto e possiamo aiutare, e non parliamo di come farlo? Io non posso pensare di fare attività con i bambini sapendo che ce n’è uno che zoppica lì intorno per una ferita che si può curare».
Ero arrabbiato con l’associazione, perché a quel secondo giro lassù in India avevo capito che per la promozione della salute – così come per altre questioni – essa facesse ben poco, quasi nulla, nonostante gli obiettivi dichiarati.
Era una situazione che mi aveva «mandato in bestia», come riporta il mio diario di quella sera, mercoledì 24 luglio.

Nelle baraccopoli sparse di Baddi vivono migliaia di persone. Arrivano dagli Stati indiani vicini al sud dell’Himachal Pradesh, perché Baddi è una città industriale e si può trovare lavoro. Sono persone senza diritti: sono i soldi a realizzare un diritto. Vedevo allora bambini in uniforme rientrare alla baraccopoli da una scuola privata, perché la loro famiglia, pur vivendo in una baracca – e forse proprio per questo – poteva permetterselo, mentre altri bambini non andavano a scuola affatto.
Allo stesso modo per le cure mediche. Semplice e terribile: i genitori di Arùn non avevano i soldi per mandarlo in ambulatorio a curarsi la caviglia, nonostante avrei visto giorni dopo suo padre impastare del cemento in una via di Baddi.

Giovedì, il giorno dopo l’incredulità e la rabbia, torniamo alla baraccopoli. Mukesh traduce alla madre del bambino la mia proposta per curarlo: ne è felice. Lei rimane nella baracca con gli altri figli, Arùn viene con noi in ambulatorio con Preeti, la sorella grande.
Nella non accoglienza del personale capisco in un lampo che cosa sia il diritto alla cura. Ai due bambini, nella loro evidenza di bambini di baraccopoli, la donna che ci viene incontro lancia uno sguardo sfuggevole e disgustato: appare subito chiaro che Arùn e Preeti rimangono lì dentro perché c’è un occidentale che deve avere da pagare.

Ci riceve la responsabile e aumenta il mio senso di schifo, quello schifo per la disumanità del genere umano che non ha nazione né etnia, che ho provato per le contraddizioni indiane e che provo per quelle italiane e per le mie.
La dottoressa alla scrivania ha dietro di sé un quadretto in cui si elogia il dono agli altri del sorriso. Ma lei non sorride e neanche chiede al bambino come stia. È una burocrate: la professione medica in quella stanza diviene una tomba. Si compilano moduli, ci dice il prezzo della medicazione e mentre vado a pagare, il bambino viene curato. Aspettiamo, lo sentiamo piangere e poi lo vediamo uscire con una candida rigonfia bendatura alla caviglia. Ci spiegano che Arùn deve tornare per la medicazione ogni giorno, per i prossimi dieci giorni.
Portiamo i bambini a mangiare qualcosa e li riaccompagniamo alla loro baracca.

Per le cure di Arùn affidiamo i soldi ad Ansari, il signore che nella sua baracca cerca di insegnare qualcosa ai bambini ammassati, tra le mosche e gli schiaffi di calore sulle lamiere. È lui ad averci aiutato nell’idea di costruire la scuoletta di bambù.

La scuola di pace e sogni (foto D.F.)

Non conosciamo la famiglia di Arùn; Mukesh mi avvisa che dare i soldi direttamente ai genitori potrebbe essere un rischio: «Magari li usano per comprare da mangiare».
Capisco che non è il caso di patrocinare il valore dell’avere fiducia negli altri. C’è di mezzo il piede di Arùn. L’accordo è che ogni giorno Ansari darà a Preeti i soldi per la medicazione: sarà la sorella a portare il bambino in ambulatorio e poi a consegnare al “maestro” le ricevute, che a sua volta le darà a me. Così noi potremo stare tranquilli che la cura seguirà il suo corso anche se non incontreremo Arùn ogni giorno: con Ruchi andiamo nelle scuole dei villaggi montani, e non scendiamo sempre verso la baraccopoli di Baddi, a un’ora di sobbalzi e sudore di bus.

Sabato 27 luglio, dal mio diario: «Arùn anche oggi è andato in ambulatorio. Per domani ho detto a Preeti di aspettarmi, andremo insieme. Voglio dire al personale di fare una bendatura più consistente, perché oggi aveva fuori metà della ferita. Il bambino e i suoi genitori devono capire che bisogna fare attenzione».
Martedì 30: «Arùn sta visibilmente molto meglio con la caviglia, lo si vede sgambettare appoggiando il piede». Qualche giorno dopo, il bambino era del tutto guarito.

«Proteggere i diritti degli altri significa difendere anche i propri», ha insegnato Gino Strada. Può essere difficile comprenderlo: «Noi che siamo fortunati diamo per scontate molte, troppe cose», ho scritto sul diario indiano.
Oggi ripenso alla vicenda di Arùn e vedo tutta la contraddizione tra un’azione buona svolta in India per un bambino senza diritto alla salute, frutto dell’impegno di tante persone, e il fatto di pagare – come mi è successo recentemente – per una visita privata in Italia, visto che non volevo aspettare i tempi della sanità pubblica. È proprio vero, a pensarci: aiutando gli altri ci si rende conto delle proprie mancanze, personali e collettive. In Italia la sanità pubblica è in erosione da anni, come l’istruzione ed altri settori, e dovremmo tutti difendere i nostri diritti.    

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