LA QUATTORDICESIMA DEGLI INSEGNANTI

Nel mese di dicembre gli insegnanti, a vedere l’importo della tredicesima aggiunto allo stipendio consueto, pensano che se, non diciamo proprio tutta quella somma, ma diciamo a sfiorarla, essa fosse la normale mensilità, beh allora qualche grosso problema della scuola si inizierebbe a risolvere: uno stipendio corrispondente al ruolo sociale svolto dagli insegnanti obbligherebbe il sistema ad una seria selezione dei docenti, perché la professione diventerebbe ambita e tra tanti candidati emergerebbero da severi esami e colloqui solo i più preparati dal punto di vista pedagogico, didattico e personale (cioè: puoi essere il più preparato nei contenuti e nel metodo, ma se non sorridi manco all’apparizione di un arcobaleno, o se soffri di qualche disturbo psico-patologico, è meglio non lavorare con bambini e ragazzi!) .

Se gli stipendi degli insegnanti italiani non fossero al di sotto della media Ocse e ai minimi in Europa, allora anche le famiglie porterebbero più rispetto agli insegnanti e alla scuola tutta, poiché gli allievi andrebbero in classe più volentieri grazie alla maggior preparazione dei docenti, e perché questi ultimi – forti della propria competenza – esigerebbero dallo Stato, ad esempio, edifici idonei a garantire la sicurezza di studenti e lavoratori, e con spazi maggiori e più adeguati per accogliere le diversità che le scuole ospitano (altrimenti, come spesso accade, i «Bisogni Educativi Speciali» degli studenti sono mere sigle che sprecano carta e tempo).

Per gli edifici scolastici, che accolgono il futuro, dovrebbe valere ciò che Gino Strada chiese a Renzo Piano per progettare un ospedale di Emergency in Uganda: doveva essere «scandalosamente bello».

Dopo tali elucubrazioni, che cosa pensa un insegnante, per non giungere a chiedersi «ma chi me lo fa fare?».
Penso a ciò che accade a scuola nelle relazioni con gli allievi e che in denaro non può essere quantificato.

Ad esempio, io penso alle risate che i bambini mi fan fare; non per essere pedante, ma i nostri stipendi dovrebbero essere più alti solo per la fatica che facciamo a trattenere scoppi di risa: ai bambini, per darsi a una quasi universale incontrollata ilare baldoria, basta un labbro del maestro che sfrigola tra i denti sotto i baffi, figuriamoci se gli scoppiasse fragorosa una risata…

Allora condivido qualche episodio accadutomi nell’ultimo periodo (i nomi dei bambini, come sempre, sono di fantasia). Giurin giuretta: tutta roba vera. Continua a leggere

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IL VIAGGIO DI MAMOU E LE ANIME VERDI. Un racconto nato da un quadro

E chi ci pensava a scrivere un racconto a partire da un quadro (strategia da proporre ai bambini in classe), prima del laboratorio «Arte e narrazione» a «Sfide – La scuola di tutti», condotto da Anna Aiolfi e Gabriella Bosmin, insegnanti del Movimento di Cooperazione Educativa.
Tra le opere che Anna e Gabriella ci hanno presentato, io sono stato ispirato da
Futurlibecciata, di Giacomo Balla (1912): ho scritto un breve racconto che è stato poi pubblicato qui dalla «Rete delle geo storie a scala locale».
In seguito ho ampliato il racconto e sotto puoi leggerne l’inizio. 
Anche tu, come Mamou, vorresti conoscere la storia delle «anime verdi»? Vai alla pagina “Contatti” e scrivimi…

                                      IL VIAGGIO DI MAMOU E LE ANIME VERDI

Mamou guardava quasi accecata le tre lenzuola del sole che bucavano le nuvole per scaldare le onde. Emise un «Ooooh» di stupore, e suo padre la strinse più forte, mentre il mare agitato cullava la barca in una ninna nanna da lupi.
«Non preoccuparti Mamou, ancora poco e saremo arrivati», le disse il papà.
Ma Mamou non aveva paura di tutto quel blu scalpitante che cavalcavano, nonostante un vorticino che le ruotava nello stomaco come l’oblò di una lavatrice.
«Guarda papà, le anime verdi!», esclamò d’un tratto, indicando uno spumeggiare nel mezzo delle onde.
L’uomo guardò oltre il ditino della figlia. Non vide nulla, solo il bianco della spuma e il blu del mare lupastro. Ma i suoi occhi si muovevano insieme alle onde, come se anche lui stesse osservando qualcosa.
«Allora le anime verdi vivono anche nel mare, papà?».
«Questa è una parte della nostra storia che non ti ho ancora raccontato. Vuoi?».
«Sì, sì!». Mamou allungò le braccia e si attaccò al collo del padre.
[…]

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AUTUNNO D’ALBA AL LAVORO

Sono una conchiglia
nell’acqua di cucciola nebbia
i raggi che nascono lottando
tra i respiri di nuvolotte ridenti

I liberi prati
lacrimano rugiada
i campi arati
sudano brividi

del dolore che s’espande
dalla radio dell’umanità:

è finita una notte
di bombe
ed inizia una giornata
di bombe

Carne
è questo tenero rosso di cielo:
pace, a me solo
un poco ammanta il cuore
vano

O tu, cucciola nebbia
scivolo allegro
sui bruni colli
per il gioco del sole

sii carezza

sulla tua e sulla mia
sulla loro

su tutta questa

finitezza.

 

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Una FIABA CONTRO gli STEREOTIPI di CLASSE e di GENERE

Un’attenta lettura delle fiabe consente di selezionare racconti tradizionali che possono servirci per aiutare bambini e ragazzi a sviluppare il senso critico: la ricerca nella tradizione può svelare antidoti al conservatorismo culturale e di conseguenza all’ingiustizia sociale.
E per l’adulto che ama leggere ad alta voce, le fiabe rappresentano una delle esperienze narrative più entusiasmanti.

***
«LA PRIMA SPADA E L’ULTIMA SCOPA»
(Fiabe italiane, Italo Calvino, Mondadori 1993, vol. II, p. 625, fiaba numero 124)

Re, reucci, principi, cavalieri, giovani e meno giovani, belli e a volte bruttini, se non ricchi un po’ straccioni, comunque sempre eroi. E sempre maschi.
O quasi.
La tradizione delle fiabe sollecita la narrazione del presente e la visione sul futuro, e nel frattempo, all’interno di un mare boscoso di personaggi e immagini stereotipati, ci offre punteruoli fiabeschi per abbattere gli stereotipi stessi.
Ecco allora La prima spada e l’ultima scopa, di origine napoletana, in cui non solo a vincere la scommessa è una femmina, ma la ragazza è persino l’ultima di sette sorelle, e sconfiggerà il primo di sette fratelli.

È la lotta arcana del supposto debole contro l’apparente forte, e in questa fiaba ciò avviene almeno in duplice forma: nel genere e nella classe sociale. La protagonista – nello stereotipo – è debole non solo in quanto donna nei confronti del ragazzo (entrambi sono figli di mercanti), ma è debole anche verso la ricchezza di un altro personaggio maschile: il principe.
È una «drastica divisione dei viventi in re e poveri», scrive Calvino nell’Introduzione alle Fiabe italiane (p. XV, Mondadori 1993): una divisione tra forti e deboli (presunti) che trova nelle fiabe una «parità sostanziale», spesso raggiunta dal personaggio in apparenza svantaggiato attraverso l’arma più micidiale: l’astuta intelligenza.

Tant’è che i due rappresentanti maschili, in questa fiaba, non fanno certo una bella figura.
Con la medesima intelligenza, i bambini, attraverso il dialogo e l’attività didattica cooperativa, valuteranno il messaggio tradizionale proposto dalle fiabe: una lettura che si avvolge di bellezza per il piacere puro del leggere, e che al contempo può innovare stagnanti valori, costruirne di nuovi, oppure – come in questo caso – trovare nella tradizione narrativa assonanze contemporanee con la parità di genere e la disuguaglianza.
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TOC-TOC DI LUNA

Scripta manent, et cuandus se dimenticant, lorum per casualitatis trobare felix sorpresatia est. Scemate a parte: era una notte d’autunno.

TOC-TOC DI LUNA

La Luna mi bussò alla finestra:
era così bella
che le aprii.

La sua luce fredda calda,
così fredda calda,
mi avvolse

ed io sentii la notte
sussurrarmi le stelle,
il dolce assiolo testardo
e il fruscio rombante
di via venti settembre

Buonanotte, Luna,
pozzo dorato di sospiri,
e domande,
e amori e rancori
e attimi inattesi
del nostro mesto apparire.

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LA SCUOLA DELLE DISABILITÀ

Dispensato da leva militare o surrogati, per magnanime virtù anagrafiche, a volte mi chiedo se fosse opportuno progettare un Servizio civile obbligatorio, anche breve ma ad ogni modo in situazioni difficili, da svolgersi entro una certa età (25 anni?).

L’ultima volta me lo sono chiesto grazie al pasticciaccio di Antonello Venditti a un concerto: insulti a una donna con disabilità e scuse ex post.
L’episodio mi ha spinto a ripensare a una settimana di lavoro che svolsi in un soggiorno estivo quando avevo 23 anni, e che per la mia formazione valse più di un anno di scuola almeno. Grazie agli scout, da ragazzino avevo già conosciuto le diversità, ma non avevo mai fatto volontariato con persone con gravi disabilità.

Quell’estate, studente di Cooperazione a Roma, inviai il curriculum a una cooperativa, su consiglio d’un compagno di corso che aveva svolto egli stesso l’esperienza in precedenza.
Insieme a un trentacinquenne, mi presi cura di un ragazzo poco più grande di me. Era in sedie a rotelle, impossibilitato a muoversi, a parlare o a comunicare a gesti: una notevole disabilità fisica e cognitiva. Quando era contento, però, Antonio lo manifestava benissimo. Ed ero contento anch’io, perché prendendomi cura di lui – insieme a un collega più saggio ed esperto di me – stavo imparando a gogò sulla vita.

Soltanto, provavo particolare inquietudine quando, dopo che lo avevamo lavato, Antonio si guardava allo specchio in bagno; mi chiedevo: «Si renderà conto di sé?». Una risposta non l’ho mai trovata.

Ma ne arrivò un’altra ben più preziosa, per una situazione diversa, che mi rendeva molto più inquieto rispetto a quella di Antonio. Emozioni e pensieri che nei primi giorni mi terrificavano l’animo: riguardavano una ragazza malata di grave spasticità. Il fatto che fossimo nati nello stesso anno amplificava il mio sballottamento interiore: lei sarei potuto essere io.

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IL PAESAGGIO NON RESUSCITA

«Un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su […] facevano a chi monta sulle spalle dell’altro». Da anni, quando vado in Liguria, sul treno e in acqua mi chiedo quale beatitudine agli occhi fosse un tempo la costa, e mi addoloro, stupido, per il paesaggio perduto; mi appare Capo di Noli di Signac, e immagino il viaggio in barca del pittore dalla Costa azzurra, i suoi sguardi che non possono più essere i nostri. E poi ho letto per caso: il sanremese Calvino, in treno per il ponente ligure, non riconosceva più la sua terra. Così all’apparizione del pittore in mare mi s’è aggiunto lo scrittore sul vagone, e mi sento meno stupido, e comparo la mia malinconia al dolore di chi, in quella riviera, vi crebbe. Calvino lo affrontò – insieme al «fastidio» – con La speculazione edilizia; l’ho scoperto solo in una recente, inquieta visita a Sanremo.

Lo scempio ligure, nelle fondamenta della febbrona edilizia che coinvolse l’intero Paese, è il medesimo del nostro attuale e ubiquo stile di vita.

La velocità del cambiamento consumista, con la produzione smisurata di merci e infrastrutture – sospinta dal sistema mediatico e tecnologico – ha ucciso nel secondo Novecento un paesaggio naturale e culturale. E il paesaggio non resuscita: stop, finito. In un lampo di Storia.
Su tale aspetto mi sento molto meno ricco di chi ha vissuto infanzie bucoliche prima e dopo la seconda guerra mondiale.
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Sperare l’unione autentica fra Terra e umanità

«La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni, […] è una cosa infame».
Queste parole di Mario Monicelli, pronunciate 12 anni fa alla Rai, mi sovvengono ogni volta che penso nel profondo alla speranza. Ogni volta che con essa sogno, o mi addoloro, sussurrandomi talvolta che sì, Monicelli aveva ragione.

Poi rinsavisco. Perché la speranza non è una e sola, uguale per tutti: dipende da chi la diffonde, da chi se ne nutre, per quali scopi. È vero: esiste la speranza-trappola dei padroni, una speranza infame. Solo per contrapposizione – così come d’opposti si fonda la vita – dovrebbe allora esistere una speranza autentica.

Nella nostra era di consapevole antropocene, la speranza autentica è forse la più ardua che vi sia mai stata nella storia: l’umanità rischia di autodistruggersi per l’inquinamento causato dal suo stesso modo di vivere.

[Articolo di adesione alla campagna “Partire dalla speranza e non dalla paura” di Comune-info]. PROSEGUI LA LETTURA

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ANDY ROCCHELLI, SI CERCA ANCORA GIUSTIZIA

Il valore personale e professionale di Andrea “Andy” Rocchelli, fotoreporter ucciso a trent’anni in Ucraina il 24 maggio del 2014, è stato celebrato nella sua città natale, Pavia. Il decennale dell’omicidio è stato un’ulteriore occasione in cui familiari, amici, colleghi e istituzioni (dall’Ordine dei giornalisti al sindacato Fnsi) hanno denunciato la mancata giustizia sulla vicenda e un silenzio mediatico che colpisce la libertà d’informazione.

Insieme a Rocchelli, i mortai dell’esercito ucraino uccisero Andrej Mironov, giornalista, interprete e attivista dei diritti umani russo, e ferirono gravemente William Roguelon, fotoreporter francese.

Andrej Mironov e Andrea Rocchelli

Rocchelli, tra i fondatori del collettivo fotografico Cesura, stava documentando gli scontri tra l’esercito e i separatisti filo-russi vicino a Sloviansk, nella regione del Donbass: un conflitto dimenticato e poi sfociato nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina.
La famiglia e gli amici di Rocchelli cercano ancora giustizia.

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MAREWAR

MAREWAR

Da un’ora vedo un bambino
felice
a volar con l’aquilone.

Piango
sull’altra riva del mare
i bambini scarnati dal drone.

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