Giancarlo Siani e l’inclusione: le parole che insegnano ancora

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Il 23 settembre del 1985 fu ucciso dalla camorra Giancarlo Siani, una persona che con la sua attività giornalistica ha reso l’Italia migliore, nonostante avesse soltanto 26 anni quando venne trucidato dai colpi.

Chi uccide non può uccidere le parole e gli insegnamenti che una persona ha lasciato: da insegnante con un trascorso di giornalista professionista, è per questo che oggi rileggo le parole di Siani e le trovo ancora più profonde e luminose di insegnamenti.

Il giornalismo – l’informazione – e l’educazione sono strettamente legate. Per essere persone davvero educate, e quindi libere, capaci di scegliere con giudizio e coscienza, bisogna conoscere quel che accade nella società, vicino e lontano da noi, per sapere come comportarsi, come pensare; la nostra vita è relazione con l’ambiente circostante e con le altre persone: non possiamo, non dovremmo, ignorare ciò che apparentemente non ci riguarda nelle nostre vite quotidiane da singoli individui

Dobbiamo perciò, anche, affidarci alla “lealtà” di coloro che raccontano i fatti, i giornalisti; “lealtà” è parola fondante la deontologia giornalistica, spesso utilizzata nei documenti che regolamentano l’attività professionale. E come diceva Siani, di giornalisti ve ne sono di due specie: i “giornalisti giornalisti” e i “giornalisti impiegati”.

Ma la frase che oggi, da insegnante, mi colpisce di più tra quelle pronunciate da Siani, è questa: «Le parole possono, anche, se usate in maniera “criminale”, rendere le nostre società sempre meno inclusive».

Il concetto di inclusione – e non solo di coloro che sono apparentemente “meno abili” – è perno dell’attività scolastica. Noi insegnanti – o almeno coloro che provano «l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle» per le condizioni sociali di svantaggio patite da molti alunni – spesso possiamo provare frustrazione a notare il distacco tra quanto di buono viene svolto a scuola e quanto invece accade fuori da scuola, o per come i fatti vengono narrati. Il distorto, sleale racconto di ciò che accade – ci insegna Siani – svolge un ruolo fondamentale nel transennare la nostra società con «il filo spinato dell’ignoranza e del razzismo». E oggi lo vediamo bene.

Ecco il legame tra giornalismo ed educazione. Abbiamo bisogno di ottimi insegnanti, ma abbiamo anche bisogno di giornalisti educati. Insegnanti e giornalisti (come tutti, d’altronde) dovrebbero innanzitutto pensare, più che allo stipendio e alla carriera, a costruire tramite il proprio lavoro la convivenza pacifica ed inclusiva in una società ove tutti abbiano uguali opportunità.

In ricordo del giornalista e ragazzo Giancarlo Siani, i cui insegnamenti non moriranno mai, buona lettura delle sue parole.

«Da sempre sono esistite e continuano ad esistere due categorie di giornalisti: i Giornalisti Giornalisti e i giornalisti impiegati. La prima è una categoria così ristretta, così povera, così “abusiva”, senza prospettiva di carriera, che non fa notizia, soprattutto oggi. La seconda, asservita al potere dominante, è il giornalismo carrieristico, quello dello scoop e del gossip, quello dell’esaltazione del mostro e della sua redenzione.

Tante volte avere il tesserino, che sia da pubblicista o da professionista, non fa di una persona un giornalista, nel senso che sovente ci si imbatte in pennivendoli sgrammaticati amanti del denaro e della notorietà facile. Essere Giornalista è qualcosa di altro. È sentire l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle, è schierarsi dalla parte della verità, è denuncia, è ricerca, è curiosità, è approfondimento, è sentirsi troppe volte ahimè spalle al muro, emarginato. Essere Giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno.

Le parole, mi è sempre stato detto, feriscono più di mille lame, pungolano le coscienze, sono inviti alla riflessione e alla lotta, teoria che diviene prassi quotidiana di esercizio della libertà. Ma le parole possono, anche, se usate in maniera “criminale”, passare dei messaggi sbagliati, costruire luoghi comuni difficili da abbattere, discriminare, incitare all’odio, creare dei “diversi” da sbattere in prima pagina come il male assoluto, rendendo le nostre società sempre meno inclusive, transennate dal filo spinato dell’ignoranza e del razzismo». Giancarlo Siani.

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