Cronache macedoni 5 – Sve, un viaggio nella vita

La quinta puntata della rubricaCronache macedoni racconta un fine settimana al lago di Ohrid, tra solitudine e incontri che mi aiutano a riflettere [nota: le foto sono in bassa qualità]

Al quarto campanello a cui suono alle nove di sera mi sembra che le speranze di trovare una stanza per la notte abbianUna chiesa e una moschea nella piazza di Ohrid dimostrano l'interetnicità della Macedoniao trovato la porta giusta. Il signore sorridente in canottiera e occhi azzurri dietro le lenti mi porta al piano di sotto, dove un altro signore, vestito d’una tremenda tuta-pigiama marrone issata all’ombelico, mi dice che invece posto libero non ce n’è.
A Ohrid, antica abbarbicata località sul lago omonimo condiviso da Macedonia e Albania, a due ore e mezza di bus da Prilep, ero già stato in agosto, e sceso dal bus mi avevano assalito signore urlatrici: “Room, room”. Ma io la room l’avevo già prenotata on line, per scoprire poi che l’economia estiva di molte famiglie di Ohrid si basa sull’affittare camere della propria casa.

Così, il secondo fine settimana di Ottobre, torno al lago con la tranquillità di trovare un letto sul momento. Semi errore, perché vuoi cArrivo a Ohrid di sera, ne approffitto per scattare in notturna: la chiesa di Santa Sofiahe con la barba incolta non sono il massimo della presentabilità, vuoi che per una sola sera e una sola persona non ne vale il lavaggio delle lenzuola, tutte le case con l’insegna dell’affitto stanze a cui suono mi dicono “siamo pieni”. Balla limpida come l’acqua del lago.
La casa dei signori vestiti alla Fantozzi (alla quale ero stato portato da un ragazzo di un’altra casa a cui avevo chiesto alloggio) si dimostra però decisiva. La figlia dell’uomo impigiamato di marrone sta giusto giusto uscendo, e camminando su alti tacchi di zeppe colorate che la obbligano ad appoggiarsi al muro scendendo dalle stradine acciottolate di Ohrid, mi indica la via per l’ostello Sunny Lake.

Ancora prima di entrare incontro il gestore, un ragazzo un po’ più grande di me dall’inglese con accento macedone marcatissimo: sta andandoLa passerella sul lago a prendere una birra con un amico. Pongo la fatidica domanda, lui dall’accento mio capisce la nazionalità, “sì, abito più o meno vicino a Milano”. E allora domanda lui: “Se c’è posto? Dipende: Milan o Inter?”. “Beh, quand’ero piccolo tifavo Milan”. “No, mi spiace, io sono dell’Inter. Siamo pieni”, mi dice ridendo. Sorrido anch’io e gli rispondo che però mio zio è un gran tifoso dell’Inter.
A 8 euro compresa colazione conquisto così il mio letto in camerata.

Negli ostelli dall’atmosfera allegra come il Sunny Lake si fanno sempre incontri interessanti. A Skopje avevo parlato con un olandese che oltre a mangiare un panino farcito di biscotti per colazione stava facendo l’autostop da casa sua a Istanbul.
Qui conosco invece il toscano Marco, che ha come meta di lavoro l’Australia ma ha deciso di andarci “passando via terra”. “Vabbè, prima o poi l’aereo o la nave dovrai prenderla, no?”, scherzo io.

Ma è la mattina dopo che il caso, tessitore ghignoso delle nostre vite, si rifà vivo. Mentre inzuppo i cereali nello yogurt, un ragazzo parla col gestore dell’ostello. L’accento mi suona, e quando si siede al tavolo Di mattina, sulla passerella ci sono pescatori e turistigli dico “ciao, ma sei italiano?”. “No, sono argentino, però ho origini italiane, ho parenti lì”. “E dove?”. “A Castelletto di Branduzzo”, mi risponde. “Te guarda – esclamo – è a qualche chilometro da casa mia. Un mio compagno di liceo era di Castelletto!”.
Luciano è un viaggiatore in sella, è partito da Lubiana in moto e va da un amico in Grecia; ma per Sarajevo e per la Serbia non è passato, e mi tocca fargli la ramanzina.

Le chiacchiere allungano la mia tabella di marcia, ed esco dall’ostello quasi alle dieci. Sono però felice di avere parlato un po’, perché avevo passato il giorno prima in solitaria.

Ero partito da Prilep perché nonLa chiesa del monastero di Sveti Naum, a circa 30 km a sud di Ohrid avevo ancora visto il monastero di Sveti Naum, all’estremo sud del lago, a poche centinaia di metri dal confine con l’Albania. E siccome lo Sve sta ormai assottigliandosi a qualche settimana prima del ritorno in Italia, volevo approfittare del bel tempo per un’ultima gita sul lago.
Il monastero è una piccola chiesa dall’aspetto quasi romanico Le pareti della chiesa sono completamente affrescateall’esterno. Semplice, si direbbe. Invece dentro è tutta un affresco, e si tocca con gli occhi una storia secolare.
Dopo Sveti Naum avrei voluto andare a Pogradec, in Albania, ma l’ultimo bus per tornare a Prilep da Ohrid è il giorno dopo alle 15.30, e non farei in tempo a passare una mezza giornata in entrambe le cittadine.

Questo piccolo problema di trasporti (a Ohrid, dove avevo preso subito il bus per Sveti Naum, ero arrivato solo il sabato in tarda mattinata, col primo pullman da Prilep) mi dà modo di riflettere.
La Macedonia all’inizio di questa esperienza di volontariato mi sembrava incomprensibile, quasi irascibilmente. Treni, ce ne sono pochissimi e tutti dicono che non sono affidabili (anche se poi non è così vero). E i bus possono avere orari assurdi, come appunto questi per Ohrid.
La Macedonia è un paese ricco dal punto di vista naturalistico, e potrebbe investire sul turismo per creare lavoro. Ma con un sistema di trasporti così inadeguato, può al massimo investire sulle agenzie di noleggio auto.Parte del panorama dal monastero di Sveti Naum

A ben pensarci, tuttavia, l’Italia non è molto diversa. Anche da noi ci sono zone dove quasi si fa prima a prendere la bicicletta, e se sfruttassimo il patrimonio culturale che la storia ci ha consegnato, eserciti di cervelli non marcerebbero all’estero. Come posso dunque denigrare la situazione qL'ingresso della base militare a ridosso del monasteroui?
E poi – continuo a pensare – ho il diritto di lamentarmi, io, macedone pro tempore? No, sono queste persone intorno a me ad essere le vere vittime di un sistema politico di incompetenza e corruttela.
Così, quando penso alla mezza giornata che perderò al lago per l’orario assurdo del bus, la prendo alla macedone: alzo le spalle e sorrido.

E ancora penso, che il viaggio è forse la migliore metafora della vita (chissà Omero se è d’accordo). Un incontro, un ritardo, uno stupore, una pioggia, un dolore, uno sguardo, uno smarrimento; piccoli fatti possono diventare grandi e cambiare il tutto. Bisogna essere capaci di modificare i propri programmi, di adattarsi perché l’inaspettato si nasconde sotto i nostri passi.
Ogni strada può portare in un luogo diverso, e la nostra finitezza di esseri umani può farcene percorrere solo alcune. E allora bisogna scegliere.
Scegliere se rimanere in Italia a subire il precariato. Scegliere di provarci. Scegliere di non sentirsi sudditi. Scegliere di mandare ancora una volta domanda per un tirocinio. Scegliere di mandarla pure per il Servizio civile. Scegliere di lasciare perdere le idee e gli studi e prendere il primo lavoro che arriva. Scegliere di vedere le proprie colline ingiallirsi all’autunno. Scegliere di ricordarne i colori. Scegliere di stare vicino agli affetti di sempre, all’amore capitato in un altro viaggio. Scegliere di starne lontano.

Scegliere di continuare a scegliere, finché se ne ha il privilegio.

Per fortuna è un sabato da turista, e per ora scelgo solo di non andare in AlbaDal bosco sopra Ljubanista cerco uno squarcio di panorama sul lagonia e di tentare i sentieri per le montagne sopra il lago, attirato dalla fantasia di vedere il panorama dall’alto.
Prendo il bus che ritorna verso nord per fermarmi a Ljubanista, primo paese dopo Sveti Naum, e seduto vicino a una giapponese la cui valigia da caricare mi stava facendo uscire un’ernia, provo un’emozione fortissima.

Il pullman dondola tra le curve mentre ci culla la musica classica che convulsamente l’autista regola di volume. Lui avrà quarantacinque anni, capelli appena lunghi brizzolati e occhi cristallini dietro folte ciglia. Ha le guance magre, e sbuffa il fumo (beato colui che viaggia su un bus macedone senza che l’autista si accenda una sigaretta) con un’espressione di sofferenza e pace. Abbassa e alza il volume di continuo: quando la musica lo esalta, scatta a girare la manopola. Forse è incazzato, forse ha litigato con la moglie, forse è preoccupato per i figli, forse odia quell’avanti e indietro su e giù per il lago, forse odia proprio il lago, nonostante i suoi occhi ne siano specchio. Forse è solo stanco. Ma quella musica lo sta riempiendo di vita, e io in quel momento la sento la vita, nella melodia che esce magica dalle menti dell’uomo trasmettendo emozioni impalpabili che eppure colpiscono l’animo come pugni o carezze, nella meraviglia di trovarmi su un bus in Macedonia, che chi l’avrebbe detto l’anno scorso sarei venuto in Macedonia, ad ascoltare musica classica invece dell’ormai solita popolare; nell’osservare quest’uomo, quest’uomo semplice come me, apprezzare la bellezza e diffonderla per sé e intorno a sé.

Siamo distratti da intellettuali pontificatori che proclamano banalità su giornali, radio e tivù, e forse spesso non ci accorgiamo che la saggezza emana dalla quotidianità delle persone comuni.

Scendo dal bus con rammarico. La melodia mi accompagna ancora per un po’ nel mio canticchiare, e poi come d’incantesimo scompare, senza lasciare traccia di memoria.
TrovoUn tratto del sentiero un sentiero segnato, rosso e bianco, come decine di sentieri percorsi nella mia adolescenza scout. Cammino e controllo l’ora per calcolare quella del ritorno, il sole d’ottobre da queste parti ci lascia alle sei. Cammino guardando verso il lago, aspettando uno squarcio tra gli alberi che apra la vista.
Ma poi si fa bosco, si fanno funghi, si fanno uccelli che scappano dalle fronde al disturbo del mio passo, si fanno i colori delle foglie che muoiono nella vivacità, si fanno le ragnatele che infrango tagliando l’aria con la fronte.

Si fa salita e si fa discesa, fino a quando realizzo che il “circular trail” segnalato non fa il giro sopra la montagna, ma è solo un’ora e mezza di passeggiata.
Però c’è una strada quasi sterrata chIl sole specchia il suo tramonto davanti le acque albanesi di Pogradece va su, la seguo ed ecco aprirsi la vista, ecco l’altra sponda, Radozhda dov’ero stato in estate dev’essere là sulla destra, mentre quella lì a sinistra abbagliata dalla luce è Pogradec. Ma non mi basta, continuo a seguire la strada, che poi non sale più; torno indietro, prendo un altro sentiero, mi maledico per non averlo notato prima.
E intanto s’è fatta ora di tornare.

Mi accontento della vista che ho ottenuto e prima di rimettere piede sull’asfalto è quasi buio.
Aspetto l’ultimo bus per Ohrid, e mentre dopo due curve penso che sono felicemente stanc…mi addormento.

La matAcqua, terra e nuvole davanti alle sponde di Ohridtina seguente esco sì dall’ostello con ritardo sulla mia tabella di marcia, ma quel che volevo c’è ancora: il lago è semi avvolto da nuvole di nebbia, e cammino sulla sponda di Ohrid per catturare il fascino del mattino con la macchina fotografica, mentre pescatori anziani e adolescenti, in fila sulla passerella in legno che porta alla chiesa di Sveti Jovan Kaneo, tirano su pescetti da riempirci le buste di plasBarche in attesa di turisti e pescatoritica. E il fruscio degli ultimi agonizzanti colpi di piccole pinne mi fa ancora pensare al caso della vita. Il lago è una risorsa ittica formidabile, l’acqua è oscurata da sciami di pesciolini. Devi essere proprio sfigato per essere quello che abbocca all’amo.

Prima di lasciare la sponda e risalire le stradine del paese per dare uno sguardo all’anfiteatro e alle chiesette I primi timidi raggi di sole baciano le case sul lagoche non avevo fatto in tempo a vedere quest’estate, su un molo in legno mi metto in pantaloncini e canottiera. Come in una valle, in tarda mattinata la nebbia s’è alzata e il sole regala calore.
Finito il giro, dopo avere mangiato due fichi penzolanti da un ramo fuori dalla recinzione d’un cortile, ricalcolo l’ora e m’incammino verso le calette che si nascondono dopo la chiesa di Sveti Jovan Kaneo.
È mezzogiorno, meno tre e mezzo al bus. Vorrei correre. Lungo le scogliere si respira ancora di più il sapore del Mediterraneo. Arrivo alla caletta e La chiesa di Sveti Jovan Kaneosono solo. Penso alla sera prima: “Abbiamo le camere piene”. Ma andate un po’ a quel paese!
Ohrid in questa stagione è ancora più splendida, senza folla.

Mi tuffo in acqua, forse per la temperatura esterna sembra più calda di quest’estate.
Dopo dieci minuti mi sdraio al sole, in un dormiveglia di vitaDalla chiesa di Sveti Jovan Kaneo, guardando verso Ohridmina D stressato dalle barche che si avvicinano con a bordo i turisti (pochi, ma ci sono pure a ottobre).
Prima che me ne vada, arriva un ragazzo che mi chiede com’è l’acqua. “Dobra”, gli rispondo. Si fa il bagno, si risiede e telefona. Io metto lo zaino in spalla, lui allontana il cellulare da sé e mi dice qualcosa. Gli chiedo se parla inglese e mi risponde: “Scusa, te ne stai andando perché ti disturbo?”.
No, ribatto stupito dalla cortesia, altro tipico tratto macedone.
La scogliera con le calette, lungo il sentiero dopo la chiesaÈ che sto maledetto ultimo bus incombe e devo salutare il lago nel pieno del pomeriggio.
Ma non mi lamento. Il pullman si riempie di ragazzi che vanno a Skopje. Sono loro i macedoni, e per andare all’università, colpa delle montagne o della politica che sia, con questo bus che fa il giro lungo ci mettono cinque ore.

Io mi fermo a metà strada, torno nella Prilep diventata un poco mia, dove non ho bisogno di suonare un campanello per avere un posto da dormire.

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