Cronache macedoni 4 – In viaggio con il conflitto etnico

La quarta puntata della rubricaCronache macedoni parla del conflitto etnico tra popolazione macedone e albanese, e di un lungo viaggio per arrivare a Neukalen, in Germania.

Il ragazzo di fianco a me sembra ignorarmi, e io d’altronde non cerco di iniziare una conversazione perché la partenza improvvisa da Prilep mi ha La partenza da Skopjetolto ore di sonno: ne approfitto per dormire.
Passano due ore, e appena dopo il confine un errore dell’autista rompe lo strano incantesimo del silenzio. Il bus lascia i controlli dei passaporti e infila di nuovo l’autostrada, ma subito frena di colpo e fa marcia indietro: stavamo andando contromano. Tra i passeggeri risuona il trambusto, e a me scappano un paio di parole in italiano.

Il ragazzo mi guarda: “Ah, ma allora non sei macedone”. Iniziamo così a chiacchierare, e per un’ora, sul bus Skopje-Milano, s’impersonifica davanti a me il problema etnico della Macedonia.

Jusef ha 19 anni, gli ultimi sei passati in Italia; parla molto bene, non per falsa carineria gli dico che con il suo accento l’avrei scambiato per un bresciano. Si è trasferito nella città lombarda dopo che suo padre aveva trovato lavoro lì; ora Jusef vive a Brescia da solo, suo padre ha perso il lavoro ed è tornato a Tetovo, e il ragazzo ha subìto la stessa sorte: dopo studi da elettricista e un impiego per tre anni, la crisi ha licenziato anche lui. “Finché ho il sussidio di disoccupazione, continuo a cercare lavoro a Brescia – mi dice – però non ho molte speranze perché da tre mesi mando cv e non mi hanno chiamato a nessun colloquio. Credo che andrò in Austria, mio zio ha una ditta e c’è lavoro per me”.

Jusef è albanese, e quando qualche mese fa l’ha detto a un carabiniere per un controllo fuori da una discoteca (“mi hanno fatto il test dell’alcol, ma io non bevo perché sono musulmano”, racconta), ha dovuto chiarire di non essere un immigrato irregolare: “Non capivano perché io dicevo di essere albanese e sulla carta d’identità c’è scritto che sono macedone. Così gli ho spiegato la storia”.

E la storia, un po’ anticipata dal film “Before the rain”, è che nel 2001 in Macedonia c’è stata una guerra civile tra l’etnia macedone e quella albanese, circoscritta nel nord ovest del paese (dove gli albanesi sono maggioranza); per quasi un anno le diplomazie occidentali hanno temuto che si scatenasse un altro Kosovo. Finché, con l’accordo di Ohrid, tra le altre cose il governo ha concesso alla minoIl monumento in ricordo dei 9 giovani di Prilep morti nella guerra civileranza etnica il diritto di esporre la bandiera rossa con l’aquila nera a due teste, e l’albanese è stata riconosciuta come seconda lingua ufficiale.
A Prilep non ci sono albanesi, ma proprio a due passi da casa mia incontro ogni giorno un ricordo della guerra: un monumento dalle luci fluorescenti, dedicato a nove soldati della città che sono morti in battaglia.

Un accordo su carta non può cancellare divisioni etniche e ferite di guerra impresse nella memoria. Ed ecco perché Jusef non mi parlava: credeva che io fossi macedone, e me lo dice con limpidezza: “Sai, i macedoni ci trattano male, e io non voglio avere niente a che fare con loro”. Io gli dico che da ogni parte ci sono buoni e cattivi, macedoni, albanesi o italiani che siano, ma capisco dal suo acconsentire distratto che il pregiudizio è molto radicato; e se questo succede a un giovane di 19 anni – penso mentre l’oscurità avvolge la campagna serba – ci vorranno un paio di generazioni per cercare di risolvere il problema. Uno tra i tanti e grandi che deturpano la piccola Macedonia.

La mancanza di lavoro è quello più evidente; sul bus sono l’unico italiano, gli altri passeggeri sono uomini, donne e bambini macedoni di etnia albanese, che dopo le vacanze nei paesi d’origine tornano al lavoro e alla vita a Brescia, Milano e Como. I genitori parlano albanese, i figli italiano.
Jusef, allargando la questione a tutta la regione, riassume il problema sentenziando che “nei Balcani, chi è ricco non sa quanto è ricco, e chi è povero lo stesso”.

A Prilep il dramma della disoccupazione lo vedo intorno a me, ed è una situazione che da un parte accomuna tutta la gioventù mediterranea (perché italiani, spagnoli, portoghesi e greci non se la passano molto meglio), ma dall’altra mi sta facendo riflettere molt
La campagna serba poco dopo il confine con la Macedoniao sulla fortuna di essere italiano, nonostante la mancanza di prospettive per il nostro Paese.

I ragazzi macedoni che decidono di andare all’estero a cercare lavoro hanno più difficoltà, perché chi assume preferisce evitare la burocrazia dei permessi di soggiorno. Alcuni giovani trovano rimedio a questo impiccio comprando il passaporto bulgaro: 500 euro e circa un anno di attesa (ma se si paga di più, si aspetta di meno). Dopo lo ius soli e lo ius sanguinis si dovrebbe stabilire lo ius euri, visto che si acquisisce la cittadinanza europea pure con i soldi.

C’è però un’altra questione che mi fa sentire un privilegiato rispetto ai coetanei macedoni. In Italia, sebbene il clientelismo e il controllo dei voti non sia un fenomeno inesistente, non c’è un sistema generalizzato e capillare al riguardo. In Macedonia sì, da quello che mi hanno raccontato. Chi è al potere o vuole arrivarci, un partito o l’altro che sia, pretende il voto in cambio di lavoro; e nelle città non molto grandi come Prilep (la quarta in Macedonia), per i politici non è impossibile capire chi ha votato per loro. “Ma se lavoro da dare comunque non ce n’è – ho chiesto una volta a un amico – che senso ha stare al ricatto?”. “Beh, lavoro nuovo non c’è – mi è stato risposto – ma può sempre essere tolto all’unica persona della famiglia che ce l’ha”.

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La Val Padana è seminascosta da una foschia grigio marrognola, la stessa che nelle belle giornate, dalle mie colline, si vede come una patina distesIl casolare che ospita l'International Summer Universitya all’orizzonte, a coprire le città e i piedi delle Alpi.
 Vorrei dare una gomitata all’uomo di fianco a me e dirgli di affacciarsi anche lui dal finestrino per vedere la cappa di smog in cui milioni di persone vivono, ma mi trattengo pensando alla contraddizione che mi fa sedere sull’aereo.    

A luglio mi ero candidato a una Summer school nel nord della Germania, “Climate communication: transmedia storytelling about climate change and climate adaptation”; la notizia di essere stato preso mi arriva all’improvviso, e nel giro di un paio di giorni organizzo il viaggio. Dalla Macedonia non ci sono più voli economici né per la Germania, né per l’Italia, e così opto per 24 ore di bus (diventate 30 a caBlu e bianco: il carovan in cui dormo con altri tre partecipantiusa di una chilometrica coda notturna al confine tra Serbia e Croazia).
Arrivato a Milano, il giorno dopo prendo l’aereo per Berlino, e poi due treni per Malchin
, dove gli organizzatori mi aspettano per portarmi in un casolare in piena campagna vicino Neukalen, dove raggiungo tutti gli altri con un giorno di obbligato ritardo.

In volo, vedo lo smog e penso che volando contribuisco molto a quella foschia dal colore innaturale; io, come gli altri partecipanti da Grecia, Cile, Ecuador, Laos e Indonesia, vado a un corso su cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile calcando la mia impronta ecologica sulla Terra.

In Germania, quando dopo la sveglia esco dal caravan che profumaA metà mattina l'azzurro appare nel cielo sul lago Kummerower See di legno, è invece la foschia dell’umidità a coprire le collinette verdi, i campi arati e le poche case intorno dai tetti spioventi e i mattoni a vista.
Il sole è un disco di latte dietro le nuvole che non fa male agli occhi, e l’azzurro un’attesa di metà mattina, come una porta nella nebbia che si apre lenta a mostrare il cielo.     

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