Immagini d’infanzia che riemergono in due minuti

La freschezza della terra coperta dall’erba sotto la schiena, il verde dei cespugli, il sole che grande diventa piccolo e se ne va dietro il mio albero, gli alberi in fondo e le Alpi in fondo di tutto ciò che era il mio universo, confine fisico così chiaro da non avere bisogno d’immaginare altre barriere.

L’erba alta mi nascondeva in quel concavo pezzo di terra sotto l’albero, aspettavo il tramonto, aspettavo il sole lasciare solo il suo colore apparire ancora dietro le Alpi, come un soffio sulla farina, che quando il soffio non c’è più la farina continua a riempire l’aria.

L’albero non c’è più e mi fa male non ricordare quale albero fosse, forse un pero, ma il forse a volte nella vita è doloroso. Si ha bisogno di certezze.

I ricordi diventano incerti, di più, sempre di più col passare degli anni. Quante volte andavo a vedere il tramonto? Era prima o dopo mangiato? Quanti anni avevo? Lo sapeva qualcuno della mia famiglia?

Sento però la sensazione, anche se fisicamente svanita, di essere ancora lì.

I taRicordoccuini sono come gli asparagi selvatici: te li puoi ritrovare sotto gli occhi, senza volerlo. E come gli asparagi, che se non vai in campagna per una passeggiata non li vedi, i taccuini se non li scrivi non li ritrovi.

Così, come un asparago, è spuntata fuori la pagina su cui avevo segnato gli appunti del corso sulla scrittura creativa che ho frequentato in Inghilterra. Il docente Adam Strickson, subito dopo un esercizio svolto insieme dal gruppo, ci aveva chiesto di scrivere di getto il ricordo e i sentimenti emersi in noi, dandoci due minuti di tempo (cronometrati!).

Il mio ricordo è legato a un albero d’infanzia che non c’è più. Ma il luogo rimane, non solo nell’intimità del mio universo (la foto lo testimonia).

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