Cronache macedoni 2 – Sve, un’esperienza di vita

La seconda puntata della rubricaCronache macedoni racconta il viaggio a Sarajevo per il training di accoglienza ai nuovi volontari Sve nei Balcani.
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La pistola alla cintPasseggiata a Skopje in attesa del bus per Sarajevoola e i gradi sulla spalla mi fanno percepire un senso di ostilità, sua nei miei confronti e viceversa. Non capisco perché al volontario francese di fianco a me non abbia chiesto nulla, mentre a me spara una raffica di domande, e chi sono e cosa faccio e dove abito. “Ma cosa vuoi da me?”, gli vorrei ribattere. Va bene, ho l’orecchino e non mi rado spesso, però non credo di avere una faccia pericolosa, ecco.

Ma quando il giovane poliziotto, dinanzi alle mie espressioni di sconfitta linguistica all’ultima domanda, mi chiede “dove vai” in italiano, e alla risposta mi restituisce il passaporto con un sorriso, l’ostilità si trasforma in complicità. Di cosa, non so: lui ha la pistola, mentre io mi sdegno solo a ricordare che da bambino ne avevo una giocattolo stile John Wayne. Sarà l’età, che ci accomuna.

Era dalla gita con la scuola a Praga nel 2001 che non mi capitava di aspettare a una frontiera il controllo dei passaporti. A parte una veloce occhiata alla carta d’identità in Montenegro e Turchia, i miei viaggi hanno sempre avuto il privilegio di Schengen.
Qui, invece, al confine tra Macedonia e Serbia, dopo quattro ore di bus e altre quattordici da percorrere, con le dieci di sera che sembrano le tre di notte, l’attesa è una piccola tortura.

“Come hai fatto a capire le domande?”, mi chiede Gwenn. “Intuito, quando non mi serve ce l’ho. Comunque – gli rispondo – tu non mi sembri tanto più bello: perché solo a me l’interrogatorio?”.
Ripartiamo e dal riflesso del finestrino osservo la mamma che dietro ai nostri sedili gioca con il suo piccolo. Fa buffe espressioni e lui ride pieno di gioia; tra di loro sì che c’è vera complicità, sono l’immagine dell’amore tra madre e figlio.
Mentre le luci dei paesini non dissolvono il buio che avvolge il pullman, penso al ragazzo con la pistola e a questo bimbo, simbolo del futuro. Spero che tra non molto nessuno gli chiederà più il passaporto alla frontiera.

Oltre a In bus, guardando la città dal finestrinoGwenn ci sono altri volontari francesi in Servizio europeo. Anzi, volontarie: Elodie, Jennevi e Delphine, che quando sale sul bus a Kumanovo, dove abita, si distingue di carineria dando a tutti un bacino. Anzi, meglio dire tutte. Perché io e Gwenn siamo gli unici ragazzi: oltre alle francesi e a Silvia, mia coinquilina e collega spagnola, ci sono due polacche e una danese.
Mezzo pullman siamo noi insomma, gli Sve della Macedonia. Nostra destinazione è l’hotel Hollywood di Sarajevo, per un training rivolto anche agli altri undici giovani in Servizio volontario europeo arrivati da poco nei Balcani.

Quando entriamo nella capitale bosniaca, mi suonano alle orecchie le parole di mia madre: “Mi farebbe impressione andare a Sarajevo”, m’aveva detto su Skype qualche giorno prima.
Io non ho ricordi di quella guerra, nessuna immagine televisiva o fotografica. Ignoranza colpevole, e vittima dell’oblio di un’Europa che voltò le spalle a una tragedia infiammata nei suoi stessi confini geografici. Sono quelli politici, ad essere spesso invalicabili.

Il bus ci accompagna persino all’hotel, attraversando la città. Non ci avevo pensato, e ora l’impressione la sento. Guardo fuori e mi chiedo se il paio di edifici scheletrici siano eredità di guerra o semplice abbandono. Vedo una città piena di vita, e vorrei non fosse vero che vent’anni fa era piena di morte.

In albergo arriviamo in tarda mattinata, tempo di una doccia e poi la fame muove le gambe a me e a Gwenn. Girovaghiamo a caccia di burek – sorta di rustico ripieno a più sfoglie, diffuso in tutti i Balcani – ma alla fine devo rassegnarmi alla blasfemia, e qui, nel sobborgo di Ilidza, mangio la prima pizza da quando ho lasciato l’Italia. Ah, il patriottismo se è culinario lo condivido in pieno.

Sarajevo dalle rovine del forteNel frattempo all’Hollywood sono arrivati altri volontari, organizziamo un gruppo e approfittiamo del pomeriggio libero per visitare il centro. Dopo un giro al bazaar, dove da un artigiano che parla italiano compro un pentolino di rame per il caffè alla turca, il gruppo si divide e con pochi altri mi incammino verso le rovine di un forte sopra un’altura. Da lì si vede la valle di Sarajevo, le colline rigogliose su cui le case si arrampicano, i monti all’orizzonte e i giovani cimiteri, fitti campi di lapidi a sottili colonne bianche.
Ognuno di noi si prende il proprio spazio, e guarda.
La bellezza della natura non poteva sapere che così in mezzo ai pendii, Sarajevo sarebbe stata perfetta per un assedio.
Scendendo, entriamo in un vecchio bar e conosciamo Nurko, un anziano con la lunga barba che sorride alla nostra giovinezza e ci stupisce tirando fuori una telecamera. Ai saluti, Andrea gli chiede di lasciare un ricordo su un pezzo di carta. Nurko scrive: “Chi è intelligente vive anche da morto. Chi non lo è, è morto anche quando cammina”.

Alle sette di sera, con la cena in albergo, il training ha inizio.
È lunedì 20 maggio.

I seguenti quattro giorni passano tra giochi, pause caffè, esercizi creativi, spiegazioni sul programma europeo “Gioventù in azione”. E confronto. C’è chi è felice del proprio Sve e chi pensa di tornare a casa; c’è il polistrumentista inglese e l’attrice portoghese, la pedagoga tedesca e la studentessa turca, la diciottenne olandese e l’anziano del gruppo rappresentante degli italiani tardoni, cioè io. Insomma c’è l’Europa.

L’hotel è lontano dal centro, e per la pioggia abbondante la sera ci recintiamo in hotel o nei dintorni, a parte una in cui torniamo a casa mezzi fradici. L’unico pomeriggio libero è anch’esso carico di pioI segni dei proiettili sul muro di un edificio vicino al bazaarggia, e andiamo a visitare il museo sull’assedio di Sarajevo. Una mostra povera, le cui foto però lacerano. Sul tram del ritorno in albergo, un signore che ci aiuta con i biglietti mi dice di essere un manager dell’Illy. Gli spiego dove siamo stati e con gli occhi azzurri, frementi di chi rivive l’orrore, mi dice: “Nessuno qui ha ancora capito perché c’è stata la guerra, eravamo una cosa sola fino a poco tempo prima. Il mio migliore amico è serbo”.

Quegli occhi li rivedo due giorni dopo, quando finito il corso torno da Adnan, l’artigiano del bazaar. Alla richiesta abbandona il ceppo di lavoro, lo stesso su cui suo nonno, in quello stesso spazio,  batteva gli arnesi, e si siede alla scrivania. “Nei quattro anni d’assedio – mi racconta – la mia famiglia ha speso i risparmi di una vita. Un chilo di zucchero costava 40 euro. Io ho fatto il soldato, si combatteva a due chilometri da qui, ci pagavano in sigarette. Si stava meglio prima della guerra che adesso, c’erano più turisti”. Non parla volentieri, i suoi occhi soffrono. Lo ringrazio e lo saluto, credendo che il rispetto abbia più valore della curiosità.

Delle pallottole sparate a Sarajevo ho visto solo i buchi lasciati ancora su qualche muro, ma ho sentito i segni inflitti agli animi. L’apparenza di una città ricostruita, viIl colore dei fiori distrae dai buchi lasciati dalle pallottolevace e multietnica, nasconde dolori indicibili.
Quando rientro in casa a Prilep, dopo le 18 ore di bus spezzate da un pomeriggio di visita a Belgrado, disfo la valigia e penso che quella dentro me ora è più grande.
Anche, e soprattutto questo, è Sve.

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