STIPENDI BASSI: IL PASTO DA CASA ANTI-INFLAZIONE

Cercare di ridere, oltre al piangere. Gli insegnanti non hanno i buoni pasto (chissà, forse unica categoria del settore pubblico) e pare che se ne stia trattando per il rinnovo del prossimo contratto. Sul fatto che i docenti – quando hanno “buco” in pausa pranzo – si paghino il pasto, ne ha scritto Tecnica della scuola
Ne ho approfittato per inviare al giornale un articolo sdrammatizzante…almeno fino a un certo punto.
E comunque, c’è un sindacato della scuola che sta cercando consenso menando il mattone sui buoni pasto: farebbe più bella figura a pretendere che il corrispettivo netto dei buoni pasto andasse in busta paga, e poi ogni lavoratrice e lavoratore deciderà che farne con quei soldi. Se andare al bar a mangiare, a farci la spesa, o usarli per un mutuo!
Ormai sembra che bisogna saltare di gioia se danno i buoni pasto; invece dei proclami pagliacceschi, quel sindacato pensi a far alzare gli stipendi, di tanto fino a quanto sarebbe giusto, in linea con quelli dei Paesi similari dell’Unione Europea! 
[Nell’immagine, tratta da
Presa Diretta, la variazione 1990-2000 dei salari in Europa]                                                                                                   
                                                                                 ***
L’ironia fa sempre bene, soprattutto in tempi bui e se condita da cultura, come nell’articolo sul tramezzino e D’Annunzio di Tecnica della scuola
Ma precisiamo un fatto: noi insegnanti – come qualsiasi lavoratore “comune” senza buoni pasto – il panino ce lo prepariamo a casa, l’acqua (“del sindaco”, cioè del rubinetto, così si risparmiano plastica e soldini) la mettiamo in borraccia, e il caffè lo pigliamo alla macchinetta (imprecando, non tanto per la nota bontà di tale caffè ma per il disguido tecnico-ontologico della macchinetta che infila sino a tre stecchini nel bicchierino, anche e soprattutto se bevi senza zucchero: epifania dei problemi italici irrisolvibili).

La borsa casalinga del pasto si rende ahinoi necessaria, dati gli stipendi attaccati dal costo della vita che richiede (almeno nel Nord Italia) 10 euro o quasi per «tramezzino, bottiglietta di acqua e caffè» al bar.
Insomma, la professione insegnante si sta laureando ad honorem in Economia e Finanza (e a breve fonderemo una banca di categoria per il microcredito, memori del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus).

Ogni tanto potremmo toglierci lo sfizio di desinare ai tavoli delle trattorie che con 12 euro offrono il pranzo completo, ma a quel punto, con un primo e secondo nello stomaco (contando che nelle amorevoli osterie, il primo arriva fino a due etti di pasta…), di caffè ne servirebbero poi otto per rientrare in classe (mentre se si tratta di partecipare a una riunione tra colleghi, potremmo giustificare l’appisolamento improvviso affermando: «Sto solo imitando quel nostro senatore che si addormenta sempre…sapete, quello della Lazio? Dai, era solo per ridere un po’!»).

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